Parigi e Venezia nel mondo: viaggio tra alter ego, cloni e pezzotti

Parigi e Venezia nel mondo
C’è una cosa che le città fanno peggio degli esseri umani: si scopiazzano senza chiedere il copyright a nessuno. E senza neanche la fatica di spiegare “non è come sembra, giuro”.
Cambiano latitudine, si infilano in altre lingue, si rifanno il trucco con materiali locali e poi – con una faccia tosta disarmante – si presentano al mondo con nomi tipo: “Parigi dell’Est”, “Venezia del Nord”, “Piccola Parigi”…
Pezzotti di archetipi urbani con un buon ufficio stampa.
Perché viaggiando ve ne sarete accorti tutti, il nostro pianeta è pieno di città con crisi d’identità.

E no, non sto parlando di cineserie o repliche kitsch e pacchiane costruite per turisti poveri, sapete, quelle con la Torre Eiffel in scala o i gondolieri pakistani a contratto. Qui il gioco è più sottile, quasi psicologico. Perché in un nome spesso si nascondono promesse e ambizioni.

Gli Alter ego della Ville Lumière

Parigi: basta pronunciarne il nome ed è subito caffetterie, passeggiate romantiche lungo la Senna, profumo di boulangerie dietro ogni angolo. Parigi prima di essere una città è un’idea e come tutte le idee potenti, si è moltiplicata.

Nel mondo si contano un’infinità di città che si fregiano del [sopran]nome di Parigi.
C’è Kaunas, la Parigi del Baltico, con un’aria un po’ introversa. Una Parigi che si è tolta il rossetto per sembrare meno appariscente. Se fosse una persona, all’affermazione “somigli a Parigi”, Kaunas sorriderebbe educatamente, senza confermare.

Poi Bucarest, la Parigi dell’Est, che invece ci ha proprio creduto. Progettata com’è con lunghi boulevard, architetture ambiziose e intrisa di Belle Époque. Qui devo ammettere che hanno fatto un bel lavoro.

E Kiev, con il suo quartiere che qualcuno ha ribattezzato la Montmartre dell’Est. Ora, l’idea è suggestiva: colline, artisti di strada, quella vaga promessa di bohème. Ma Montmartre, quella vera, gioca decisamente in un altro campionato. Chiamarla la Montmartre dell’Est è un po’ come dire: “sì, ci sono delle salite e delle discese, quindi siamo lì”.
Che è tecnicamente vero, ma anche riduttivo.

(Ph. Cover band di Parigi)

Poi ci sono le Parigi più spregiudicate: quelle ‘mmericane. Texas, Ohio, Illinois, Michigan e perfino in Pennsylvania. Quasi ogni stato a stelle e strisce ha la sua New Paris, Paris Township, tutte con la promessa di uguale livello di charme. Una sorta di fake it till you make it geografico.

Com’è triste Venezia… quando è lontana dall’Italia

E Venezia?
Venezia è capricciosa, teatrale, non si limita a moltiplicarsi, si riflette. È più liquida, più difficile da catturare, e proprio per questo o la fai bene o diventa un plastico di Bruno Vespa.

(Ph. Venezia senza accento veneto)

Tra le sue colleghe europee c’è Colmar, con le sue case a graticcio che sembrano uscite da una fiaba: la chiamano “Petite Venise”, ma è estremamente distillata, quasi una fiala di essenza.
Bruges e Amsterdam, varianti disciplinate: Venezia con un piano regolatore più ordinato.
Norimberga invece è la cugina teutonica: meno poesia, più ingegneria, ma sempre acqua che diventa strada.
E poi c’è Las Vegas, dove Venezia ha accettato di diventare spettacolo: gondole sotto sfondi dipinti, acque turchesi, romanticismo con aria condizionata all inclusive. Simulazione pura!
E paradossalmente funziona proprio perché non pretende di essere autentica.

Parigi e Venezia nel mondo: contrabbando o export autorizzato?

Perché questo franchising nel mondo di Parigi e Venezia?
Perché alcune città smettono di essere tali e diventano etichette emotive. Parigi è eleganza, passione, amore (possibilmente complicato). Venezia è mistero, decadenza bellissima, un’acquaforte vivente.
Quando dai a un luogo uno di questi nomi, stai facendo una promessa a chi lo visiterà, è marketing emozionale.
E allora ogni Piccola Parigi, ogni Venezia del Nord o dell’Est, non è una copia. È una variazione sul tema, un tentativo locale di afferrare qualcosa di universale.

Forse è per questo che funzionano. Perché, sotto sotto, lo sappiamo, non serve essere davvero a Parigi per sentirsi dentro Parigi.
O non serve perdersi tra le calli per riconoscere Venezia. Sono coordinate emotive prima ancora che geografiche.
E alla fine, senza troppa retorica, ma con una certa ostinazione romantica, viene da ammetterlo: Parigi non è un posto. Venezia neanche.
Sono stati mentali con un indirizzo.

orsanelcarro

Daniela, per gli amici Orsa. Per i nemici destrOrsa. Amo esplorare edifici abbandonati e omaggiare monumenti e memoriali di guerra.

Questo articolo ha 6 commenti

  1. Joel Bunch

    Sarebbe interessante sapere chi è stato a dare questi nomignoli per primo. Magari fu un viaggiatore colpito dalla bellezza del posto, oppure opera di propaganda magari anche appoggiata dal governo.
    Kaunas, ad esempio, me la spiego poco, la ricordo molto diversa da Parigi. Per Bucarest capisco il motivo, l’architettura imita lo stile francese in voga all’epoca. Poi si può essere d’accordo o no sulla bellezza, però almeno c’è una logica.
    Alcuni altri esempi che mi vengono in mente sono 1) Chioggia, la piccola Venezia (in misura minore anche Comacchio e Piran le sono state paragonate).
    2) Macao, che in realtà è la “Las Vegas d’Oriente” ma ha pure lei il Venetian con il campanile.
    3) Stoccolma e Breslavia, altre “Venezie del Nord”, ma, come Bruges e Amsterdam, hanno semplicemente dei canali, per il resto sono diversissime da Venezia. Quindi, sì, sono paragoni un po’ ignorantelli.
    4) Casi estremi, il Venezuela, che anche lui era semplicemente pieno di acqua e palafitte… E Tenochtitlan, la Venezia del Nuovo Mondo (adesso il lago è stato interrato da secoli).
    Poi ci sarebbero le cineserie che però hai scelto di bypassare.

    1. orsanelcarro

      È vero, è proprio quella la parte più interessante. Colgo la tua suggestione sul genuino entusiasmo di qualche viaggiatore e aggiungo magari viaggiatore ottocentesco reduce da un Grand Tour e improvvisamente colpito da una similitudine tra città. Non ho menzionato Napoli, ma sai che alcuni vedono in Marsiglia la Napoli francese! Il resto ha tutta l’aria di essere un’operazione d’immagine ben confezionata.
      Anche su Kaunas mi sento di concordare (sebbene l’abbia trovata molto graziosa): questi paragoni spesso dicono più su chi guarda che sulla città guardata. Basta un canale, una collina bohémien o due facciate liberty e parte subito il bisogno umano di trovare un equivalente occidentale rassicurante. Chioggia forse è uno dei casi più sensati, perché lì il legame lagunare è reale, quasi un familiare stretto, mentre Comacchio e Piran sembrano più cugine lontane che copie. Stoccolma, Breslavia, Bruges, Amsterdam: tutte “Venezie del Nord” perché a quanto pare basta dell’acqua urbana ben distribuita per evocare immediatamente Venezia. Una semplificazione abbastanza pigra, sì, ma anche irresistibile.
      E poi ci sono i casi deliranti che hai menzionato, anche quelli sono adorabili 😀 Detto questo dobbiamo prenderne atto, non capita spesso con altre città, si parte sempre da Parigi o Venezia, che sono diventate una specie di unità di misura universale dell’immaginario urbano. Grazie per la lettura e per le tue riflessioni!

  2. Forse i viaggiatori (ma non solo) hanno bisogno di fare paragoni con realtà che conoscono o comunque più vicine a casa loro per crearsi una sorta di comfort zone in cui sentirsi al sicuro anche lontano da casa. Magari era così per il viaggiatore Ottocentesco reduce da un Grand Tour, come hai scritto nel tuo commento, che sapeva quando partiva ma non sapeva quando e se sarebbe tornato a casa. Che poi è una tendenza molto attuale: pensa che ho un amico che dopo essere stato in un locale aperto da poco in provincia di Cuneo lo ha descritto come “un bistrot newyorchese”. Il mio amico non è mai stato a New York ma immagina i bistrot (?) di New York come quel locale…
    Comunque di queste città ho visto solo la Parigi dell’Est, cioè Bucarest, e in certi posti ho visto la somiglianza con Parigi, ma direi che a parte alcuni posti, poi la similitudine si ferma lì perché come ogni città ha un carattere che è tutto suo 🙂

    1. orsanelcarro

      Validissima riflessione la tua, c’è molto di questo bisogno di “tradurre” l’ignoto in qualcosa di familiare. È quasi una strategia mentale di sopravvivenza geografica che aveva senso soprattutto nei secoli scorsi. Infatti il caso del tuo amico è divertentissimo, e questo mi spinge a fare un’ulteriore considerazione laterale, cioè spesso non stiamo paragonando luoghi veri, ma versioni cinematografiche dei luoghi. Il bistrot newyorchese probabilmente è una suggestione nata da un collage di serie TV, mattoni a vista, lampadine Edison e persone che digitano su un MacBook bevendo caffè filtrato. A quel punto New York diventa un aggettivo più che una città!
      E hai centrato perfettamente anche Bucarest perché alcuni angoli evocano davvero Parigi, ma poi la somiglianza si interrompe bruscamente e viene fuori come dici tu il carattere della città, che è molto più stratificato e contraddittorio… e meno male! Altrimenti viaggiare sarebbe solo una collezione di copie conformi.
      Grazie per questo interessante scambio di riflessioni 🙂

  3. Ahaha verissimo: più che città, sembrano cover band urbane
    Alla fine queste “Parigi dell’Est” e “Venezie del Nord” sono un po’ come l’italian sounding: ti vendono l’idea del “provolone/parmigiano”, ma spesso è solo packaging emotivo con un nome furbo. E noi ci caschiamo volentieri… perché in viaggio compriamo sogni prima ancora che mappe

    1. orsanelcarro

      Il paragone con l’italian sounding è geniale, perché il meccanismo mentale è identico: non stai comprando davvero il Parmigiano, stai comprando l’idea rassicurante di ciò che immagini debba essere il Parmigiano. Allo stesso modo, una “Parigi dell’Est” non promette Parigi in senso letterale: promette atmosfera, eleganza, romanticismo già preconfezionato e immediatamente riconoscibile.
      Ed è vero che ci caschiamo volentieri, ma forse perché viaggiare funziona proprio così, raramente partiamo davvero verso l’ignoto totale. Ci piace pensare di esplorare qualcosa di nuovo mantenendo però un piccolo filo emotivo con ciò che conosciamo già. Poi il bello arriva quando la città tradisce il packaging e diventa finalmente se stessa. È lì che smette di essere “la Venezia del qualcosa” e comincia a essere memorabile davvero! Grazie Fausto! :**

In questo blog i commenti sono in moderazione

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.