L'Orsa Nel Carro Travel Blog

Visitare Chernobyl a 30 anni dal disastro: il mio reportage di viaggio

Viaggio a Chernobyl

I problemi di un popolo sono i problemi di tutto il mondo. Perché il vento non conosce confini.

È ancora buio quando sposto le enormi e orribili tende della mia camera d’albergo. Fuori l’insegna intermittente di un neon sembra scandire i minuti che mi separano dall’esperienza più assurda che da lì a poco avrebbe riempito la mia giornata.
Solo che non sono minuti, ma ore. Ore e chilometri.

Kiev dista dalla Zona di Alienazione di Chernobyl 200 chilometri, circa tre ore di viaggio quasi al confine con la Bielorussia.
Sono vestita di tutto punto con abiti che poi dovrò buttare via e la colazione ha un sapore strano.
Mentre sorseggio un caffè, che definire pozzanghera è una gentilezza, rifletto su questa mia stramba voglia di visitare luoghi abbandonati o colpiti da qualche disastro.

Urbex in Prypiat

Come mi è venuto in mente di visitare Chernobyl?
La mia è morbosa curiosità?
O semplicemente voglia di dare una forma a ricordi che arrivano da lontano, voglia di esperienze su cui riflettere, si insomma di turismo riflessivo?
Non mi ritengo infatti una turista del macabro. Cosa ho di diverso da chi visita un campo di concentramento come Auschwitz, un cimitero monumentale o un memoriale come quello dell’11 settembre?

Violenza e curiosità sono due amiche che sono sempre andate a braccetto. Alzi la mano chi abbia resistito stoicamente al desiderio deviato di rallentare in autostrada per osservare la scena di un incidente!

È dura da ammettere, ma questo tipo d’interesse ha sempre fatto parte di noi essere umani. Pensiamo alle folle deliranti negli spettacoli gladiatori o durante le esecuzioni capitali.
Per non parlare dell’italiano medio che sintonizza il proprio cervello sulle brutture da cronaca nera di certi salotti televisivi.

Si parla di quello che ormai viene definito dark toursim, il turismo dell’orrore, come di un recente fenomeno che sta spopolando in tutto il mondo, ma la cruda verità è che è sempre esistito.
Perché dovrei ritenermi anormale per essermi messa in viaggio per visitare Chernobyl?

Ok sono una persona normale. E con il fattore sicurezza come la mettiamo? (… il caffè è molto lungo)

Il fattore sicurezza, parliamone. Neanche una volta mi è passata per la testa l’idea che stessi rischiando qualcosa.
Ho l’assoluta convinzione di essere sottoposta quotidianamente a “sane” dosi di radiazioni ovunque. Lo sapevate che un’ora di volo comporta l’assorbimento di circa 5 µSv di radiazioni? 5 ore di volo corrispondono a una bella radiografia!

Nella Zona di Esclusione di Chernobyl oggi vive e lavora una comunità di persone regolarmente sottoposte a controlli e misure di sicurezza.
In più l’area, oltre ad essere stata decontaminata, negli anni ha perso parte della carica radioattiva esplosa in seguito al disastro.

Con questo non voglio dire che visitare Chernobyl sia salutare come una giornata alle terme, tutt’altro.
Il mostro invisibile e silenzioso delle radiazioni è sempre lì, basta semplicemente non intrattenersi troppo in sua compagnia.
Un’esposizione controllata esclude rischi e pericoli, certo nei limiti della logica e del buon senso.
Se fossi stata malata o sofferente di particolari patologie, ma col cavolo che sarei andata a visitare Chernobyl.

Fino a qualche anno fa tutta la Zona era completamente interdetta a chiunque, perennemente sorvegliata dai reparti speciali dell’esercito sovietico. Dal 1986 al 2011, nessuno ha più avuto il permesso di entrare, nemmeno i vecchi abitanti per riprendersi effetti personali, mobili, oggetti o animali abbandonati lì.

Chernobyl URBEX

È questo che affascina tanto di Chernobyl, il fatto che un po’ come Pompei, il fuoco di un’esplosione ne abbia ironicamente congelato il tempo.
Appartamenti, scuole, ospedali, ristoranti, tutto è rimasto come allora. Anche gli sciacalli hanno desistito dal portare via gli oggetti dai luoghi del disastro.
Cosa è cambiato ora?

In realtà nulla, la Zona è sempre presidiata e diversi checkpoint militari ne controllano costantemente il perimetro.
E oggi il livello di radiazioni, in alcuni punti praticamente nella norma, ha permesso ai visitatori come me di soddisfare le loro curiosità.

Ma sono le 8, è ora di scendere.

Il vento di Chernobyl

Pasha (che delusione, non ha un nome figo tipo Sergej) è la nostra guida, e ci aspetta sul marciapiede vicino al minivan brandizzato con l’inequivocabile insegna gialla del pericolo radiazioni. È una delle poche guide autorizzate dal governo ucraino e accompagna tutti i giorni decine di visitatori da Kiev a Chernobyl.

Pasha è un ragazzo biondo, con gli occhi azzurri e il viso tondo.
Purtroppo ha la zeppola, un curioso difetto di pronuncia che mi consente di capire solo il 60% delle sue spiegazioni in inglese. Ma va bene così.
Dopo una rapida presentazione veniamo forniti di dosimetro personale, firmiamo scartoffie e liberatorie varie e ascoltiamo in religioso silenzio tutti i ragguagli di rito.
Lasciamo la bella città di Kiev mite e soleggiata alle 8:20 del mattino, non prima di averne misurato il livello delle radiazioni. Il mio dosimetro segna 0.16 microsievert, la normalità.

La ragione è semplice: la nube radioattiva fu spinta in tutte le direzioni dai venti, e il cosiddetto fallout ricadde a macchia di leopardo contaminando o “graziando” a caso, e in modo irregolare, tutto il territorio dell’ex URSS.

Durante le circa tre ore che ci separano da Chernobyl, ci fermiamo diverse volte per fare rifornimento, sia inteso in termini di carburante che di acqua e snack.
Ci aspetta una giornata lunga e impegnativa.
I chilometri scorrono lenti e la lunga, dritta e noiosissima statale verso il confine con la Bielorussia, passa in un attimo da super trafficata a completamente deserta.

Durante il tragitto Pasha ci regala informazioni preziose, testimonianze, dettagli e battutine per sdrammatizzare. Poi accende il monitor del minivan e parte un bel documentario introduttivo.

Il nostro gruppo composto da inglesi, olandesi e americani, è tutt’altro che interessato alle immagini del documentario.
Anch’io in tutta onestà mi lascio distrarre dalle immagini che scorrono fuori dal finestrino.

La storia di Chernobyl la conosco bene, ricordo i notiziari, il terrore della nube che invase mezza Europa e la paura di acquistare latte, frutta e verdura.
Così come ricordo la villeggiatura estiva in Italia di molti bambini ucraini negli anni successivi al disastro.
Il docufilm con le sue immagini viste e riviste non riesce a distrarmi più di tanto dalla trasformazione del paesaggio ucraino: gli enormi agglomerati di palazzoni soviet style, le case di campagna e poi il nulla, il deserto.
Chilometri e chilometri di boschi di un giallo acceso che devo ammettere di non aver mai visto prima.

Arrivare a Chernobyl

Mentre mi abbandono al fascino dell’autunno ucraino, il chiacchiericcio multilingue all’interno del van si interrompe bruscamente. Sul monitor appaiono le immagini dei vigili del fuoco, gli eroi che domarono quelle fiamme così belle e iridescenti sprigionate dal reattore 4.
E insieme a loro i liquidatori, coloro che nelle settimane e nei mesi successivi, sacrificarono la propria vita per permettere la costruzione del sarcofago.

Si dice che la quantità di radiazioni assorbite dai loro corpi sia un segreto militare.

Le loro spoglie furono studiate, filmate e negate ai loro familiari. Oggi quegli uomini sono sepolti in speciali bare di piombo in un cimitero della regione Mytynsky.
La cosa all’epoca scatenò dure proteste, la popolazione locale tentò di impedirne la sepoltura, spaventati dal pericolo sprigionato da quei corpi.
Corpi ritenuti essi stessi dei mini reattori, delle piccole bombe radioattive.
Questa storia mi scuote profondamente ogni volta che la ascolto.

Ma eccola la prima sbarra, il primo checkpoint da superare dopo circa tre ore di viaggio.

Chernobyl checkpoint militare

Questo è il Checkpoint Dytyatky, è vietato scattare fotografie ma ovviamente trasgredisco alla regola.
Qualche baracca, un piccolo container che vende souvenir, cani in cerca di cibo e carezze. Tutto con una macabro sottofondo di musica anni ’70 diffusa da un altoparlante.
Pasha affianca il minivan e ci invita a scendere per esibire passaporti, liberatorie e autorizzazioni governative all’accesso.

La Zona infatti è amministrata da un ente governativo militare che si occupa della vigilanza e della gestione dei permessi di accesso.
I checkpoint, come tutto il territorio, sono sorvegliati giorno e notte da un reparto speciale della polizia, l’accesso non autorizzato è reato penale.

I militari in divisa ci accolgono con il “calore tipico” delle genti dell’Est.
Dopo una rapida occhiata ai documenti (che è più un’occhiataccia), possiamo varcare il confine e risalire a bordo del van.
Ci siamo, mi trovo ufficialmente e geograficamente all’interno della Zona di Alienazione, una zona fatta a cerchi concentrici via via più vicini al all’epicentro, al cuore del disastro, lì dove il i resti del reattore 4 ancora bruciano vita all’interno del sarcofago.

Ma più ci addentriamo, più scopro che non è come me l’aspettavo.
Non uno scenario da fine del mondo ma un posto “normale”. L’unico aspetto a tradire che non siamo in un luogo ordinario è l’asfalto consunto, completamente cotto dal sole.

Infatti dopo pochi chilometri dal checkpoint, il paesaggio sembra darmi ragione: qui c’è vita!
Uomini, donne, operai, militari e civili che vivono e lavorano respirando radiazioni.

Chernobyl Zona di Esclusione

La cosa che mi colpisce immediatamente sono i tubi, non sono interrati ma viaggiano fuori traccia lungo le strade.

Ad ogni incrocio si sollevano per formare un arco per permettere ai veicoli di oltrepassare.
A vedere i passanti quasi non si percepisce la presenza del nemico, del mostro che uccide in silenzio.
Le radiazioni non hanno forma, non hanno odore, non hanno sapore e non emettono alcun suono. Le respiri e basta.
A tradimento.
Pasha svolta a sinistra imboccando una stradina completamente dissestata.

Zalissya: il primo contatto con il disastro

All’improvviso il van viene invaso da un intenso puzzo, una specie di odore di gas misto a marcescenza.
La strada è molto stretta e i rami dell’intricata vegetazione urtano e graffiano le fiancate con un rumore stridulo che mi fa rabbrividire.
Ci sono delle casette di legno ormai fagocitate dal bosco.
Pasha accosta. Scendiamo.

Chernobyl Zalissya

È il mio primo contatto con il post disastro e confesso che non è stato facile mettere i piedi a terra in tutta serenità.
Il tappeto di foglie morte è talmente alto che i miei anfibi sprofondano per diversi centimetri.

Ci sono posti in cui il silenzio è davvero inquietante e Zalissya è uno di questi.
Siamo in quel che rimane di un ex villaggio rurale evacuato dopo il disastro. Ora le strade sono ridotte a poco più che sentieri invasi da radici e arbusti, le case nascoste fin sui tetti da alberi e rampicanti che si sono impossessati dei salotti, delle cucine, dei seminterrati.

Chernobyl Zalissya

La vegetazione ha inghiottito tutto: resti di kolkhoz e memore di quei 3000 abitanti che prima del disastro vivevano in queste case.
Siamo a 25 chilometri dalla centrale nucleare e non posso fare a meno di intristirmi al pensiero della tranquilla quotidianità rurale spezzata in questo modo.

Mentre ci aggiriamo calpestando rami secchi e vetri in frantumi, Pasha ci confida sottovoce che un manipolo di coloni è tornato illegalmente a vivere qui.
In realtà si dice che non siano mai andati via. Conducono una vita in regime di latitanza. Una vita dura e in solitudine.
Sono per lo più anziani contadini, gente che si è opposta al regime, che ha sfidato il mostro e che ora [soprav]vive completamente privata della dignità.

Mi assale uno strano magone al pensiero, non è come una vita spezzata che finisce! La vita di molte di queste persone purtroppo è andata avanti ugualmente, ma lontano dalla loro terra, dalle loro cose e con in più lo spettro della malattia, e il dramma di tramandare qualcosa di brutto ai propri figli.

Abbiamo pochi minuti per gironzolare liberamente fra i resti abbandonati, tetti sfondati e pavimenti dissestati.
Un vero tour nella tristezza, tra i fantasmi e tra i ricordi di persone private del semplice desiderio di vivere nella e della propria terra.

Chernobyl e il suo operoso quartier generale

Il viaggio riprende.
Ancora chilometri di boschi interrotti da piccoli centri con edifici governativi.
Poi da lontano la vedo. Sul ciglio della strada ecco l’insegna originale soviet style che recita benvenuti a Chernobyl.

Chernobyl

Scendiamo per la foto di rito. Quanto suona beffardo quell’atomo stilizzato, vero? Benvenuti nella Atomgrad, la città che ha fatto della centrale nucleare il suo indiscutibile vanto.

Siamo nella città di Chernobyl. Il suo nome spaventa, eppure ancora una volta rimango interdetta.
Pochi dettagli tradiscono che un disastro brucia nell’aria da oltre 30 anni.
Strade, incroci, chiese, edifici abitati, operai alle prese con il cambio turno.

La normalità. Ma una normalità inquietante.

Chernobyl Vladimir Lenin

È quasi fastidioso vedere a poca distanza da qui, un Lenin impettito e spavaldo ancora in piedi.
Poi mi accorgo del suo piedistallo di cemento completamente sgretolato e mi dico che si trova esattamente dove dovrebbe essere.
Anche Pasha storce il naso alla vista dei miei compagni di viaggio alle prese con i selfie.

Vladimir Lenin era il nome completo della centrale atomica, oggi nota semplicemente come Chernobyl.
Nell’immaginario comune dell’Occidente, Chernobyl è la parola che immediatamente rievoca l’esplosione, il disastro, la nube tossica.
Per il mondo, Chernobyl è la parola che identifica e contiene tutta la Zona.

In realtà Chernobyl è una piccola cittadina a 15 chilometri dalla centrale, con i suoi uffici, le sue strade le sue belle fabbriche.
Oggi è una città militarizzata, sede dell’Agenzia di Amministrazione della Zona di Esclusione. I suoi palazzotti squadrati ospitano il cuore delle operazioni di smaltimento delle scorie radioattive.

Ma c’è qualcosa che mi irrita. La giornata è perfetta, mite, il tour procede bene e in sicurezza.
E la cosa non mi piace, non va bene.
Diavolo, sono a Chernobyl, come mai non ho ancora afferrato del tutto la percezione del post disastro?

E poi eccola la botta. Un sonoro paliatone che mi risveglia da questa orribile sensazione di gita domenicale. C’è un campo laggiù, una sorta di cimitero con decine e decine di cartelli con scritte in cirillico.

Non sono nomi di persone, ma nomi di città.

Chernobyl memorial

Interi villaggi e località spazzati via dal disastro.
Quanti!

Su di me monumenti e memoriali hanno sempre avuto un potere travolgente. Sono convinta che siano delle secchiate d’acqua gelida che ti sbattono la verità in faccia con violenza, come dei portali diretti che ti connettono con lo strazio di chi quel giorno c’era.

Il viaggio riprende ma solo per qualche centinaia di metri: scendiamo dal van e per la seconda volta in poco tempo mi afferra la tristezza.
Siamo davanti alla caserma dei pompieri.
Esatto, proprio quei pompieri. Ci fermiamo per tributare un minuto di raccoglimento in memoria degli eroi di Chernobyl.

A coloro che salvarono il mondo Chernobyl

A coloro che salvarono il mondo

Ora, finalmente, comincio a rendermi conto di dove mi trovo.

Ma nel frattempo s’è fatta già ora di pranzo.
Veniamo accompagnati in una palazzina ombreggiata da alti alberi di tiglio.
All’interno troviamo una sala accogliente colma di tavole imbandite dal primo al dolce. Ci accomodiamo.

Chernobyl meal

È strano, il nostro tavolo è multilingue, eppure non se ne sente parlare una. Un’occasione sprecata per scambiarci impressioni, riflessioni o semplici chiacchiere tra viaggiatori.

Ma tant’è, neanche io ho molta voglia di parlare. Finisco in fretta ed esco all’esterno.
L’autunno ucraino è così incantevole che per un attimo mi dimentico completamente di essere in un posto assurdo.

Risaliamo a bordo del van per addentrarci nel cuore della Zona. Ormai abbiamo percorso tutti e 30 i chilometri della fascia rossa, ed è finalmente con la pancia piena che ci troviamo a tu per tu con il sarcofago.

La ragion di Stato

Nella notte del 26 aprile 1986, si susseguì un’incredibile sequenza di eventi funesti: un test di sicurezza finito male, procedure violate e un errore umano.

Il reattore sovietico RBMK era di quelli vecchio tipo. Quella notte un potente sovraccarico di potenza scatenò la fusione del nocciolo, l’acqua di raffreddamento si trasformò in vapore. Fu la miccia che provocò un’immane esplosione. Il pesante coperchio di cemento del reattore 4 andò in frantumi, scoperchiando il male.

In aria volarono tonnellate e tonnellate di materiale radioattivo, che ricaddero impietose su persone, cose, flora e fauna. È il disastro.

Secondo il governo sovietico i morti ufficiali al momento dell’esplosione furono 31. Cifre assurde e duramente contestate dall’ONU che invece ne contò 4.000.
Decisamente più verosimile la stima di Greenpeace che invece ad contabilizza 6.000.000 di vittime, includendo anche le persone che negli anni successivi hanno perso la vita a causa tumori e leucemie. Cifre che tra l’altro non contemplano i danni provocati dalla sterilità, dalle malformazioni, dai suicidi e dai problemi di salute mentale accusati dai deportati.

La cosa vergognosa è che i rapporti dell’epoca sono tutt’ora avallati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che, in una conferenza del 1995, minimizza sfacciatamente i dati, equiparando i numeri del disastro al medesimo rischio di contrarre patologie tumorali dovute al fumo.

Secondo l’OMS, una vittima da radiazioni acute di Chernobyl, avrebbe avuto le stesse possibilità di ammalarsi di cancro di un fumatore!

Ma tant’è, proprio di recente abbiamo imparato a non prendere per buone le parole dell’OMS…

Sono appena passati più di 30 anni e vengono i brividi al pensiero che passeranno millenni prima che l’uomo possa tornare stabilmente in questa parte di mondo.
Quella notte la contaminazione di intere aree, villaggi e corsi d’acqua, fu talmente pervasiva (400 volte la bomba atomica di Hiroshima), che i danni verranno smaltiti praticamente mai.

Attualmente la popolazione della Bielorussia fa ancora i conti con l’avvelenamento da Cesio e Stronzio, gli elementi responsabili del deterioramento di sangue, ossa e cuore.
È tremendo pensare che la gente di quelle zone ancora mangia ortaggi contaminati e beve latte avvelenato.

E come se non bastasse, a questo si aggiunsero i disastri dell’amministrazione.
In regime di guerra fredda (in realtà ancora caldissima), ci fu superficialità, negligenza, omertà: un grande classico made in falce&martello.

Ci furono insabbiamenti seguiti da tentativi pietosi di sminuire l’accaduto.
L’allarme fu lanciato soltanto due giorni dopo e neanche poi dall’orso russo Mikhail.
Fu la Svezia ad accorgersi che il vento portava qualcosa di terribile dal Sud.
Solo in seguito, Mikhail Gorbachev si degnò di annunciare il disastro al mondo con un messaggio pubblico trasmesso alla televisione. Era il 14 maggio 1986, 18 giorni dopo.

Ma il vento aveva già preso un diretto per l’Europa, fregandosene altamente della ragion di stato rossa.

E il mostro lì sotto ancora respira

Un mostro informe di macerie, materiale radioattivo, combustibile nucleare e parti fuse di acciaio, cemento e qualsiasi altra cosa. Ed è ancora vivo.
Non esiste ancora una tecnologia in grado di rimuovere tonnellate e tonnellate di quella morte.
Lì sotto, sepolta da qualche parte sotto il groviglio radioattivo, c’è la “zampa d’elefante”, un abominio letale capace di uccidere in pochi minuti.
Si tratta di una massa solidificata di combustibile nucleare misto a detriti e parti fuse dello stesso reattore.
Pochi minuti al suo cospetto e le cellule umane collassano, provocando morte per emorragia.

Nessuno può avvicinarsi lì senza perire in pochi minuti. Neanche gli Avengers.

Chernobyl sarcofago reattore 4

Fu il primo sarcofago a proteggere il mondo da quell’inferno radioattivo. Costruito con l’eroico sacrificio di centinaia di uomini, il sarcofago ben presto si rivelò inadeguato. Nei mesi successivi al disastro, schermò il 90% delle radiazioni, tuttavia il sole, la neve, la pioggia e lo scorrere del tempo, provocarono numerose crepe e cedimenti.

Quello in foto è il nuovo sarcofago. È stato installato nel 2017, ma gli esperti dicono che non durerà a lungo. Ci proteggerà al massimo per 100 anni.
Eppure ha un aspetto così rassicurante.

In realtà tutto il complesso della centrale nucleare “Vladimir Lenin” sembra una costruzione innocua con l’aspetto di un’anonima zona industriale.
Mentre osservo la bellezza del monumento in memoria, accanto a me si sprecano i selfie e le foto di gruppo di decine di visitatori giunti qui con agenzie le turistiche.

Il glorioso impianto che un tempo produceva energia elettrica e plutonio ad uso militare, oggi è un miserabile trofeo da esibire su Instagram.

Per molti turisti visitare Chernobyl è questo, essere al cospetto del reattore, a tu per tu con l’orrore che giace lì sotto.
Solo che non è esattamente come ammirare una bestia feroce al di qua di una robusta gabbia.

Scatto anche io una foto ricordo, ma a dirla tutta scalpito per vedere quella che ormai è una Pompei post-atomica.
Scalpito per vedere Pripyat, l’ex gioiello del blocco sovietico, ora ridotto a spettrale cimitero radioattivo.

Ma devo ancora aspettare.

Kopachi e la Foresta Rossa: cronaca di due sepolture

Riprendiamo il viaggio. Altra sbarra, altro checkpoint militare. Di nuovo controlli e documenti da esibire alle guardie armate.

Il paesaggio non cambia, strada dall’asfalto consumato, boschi, insegne in cirillico sbiadite e foreste di un rosso veramente strano… e non perché sia autunno.
Pasha ci invita ad accendere il contatore Geiger.
In tutto il van si diffonde in coro il suono minaccioso delle radiazioni.

Stiamo attraversando la foresta rossa.
Detta così fa subito film horror, sembra quasi di aspettarsi un colpo di scena, qualche creatura che abbia subito mutazioni aberranti che sbuchi all’improvviso dal bosco per assalirci.

Parte il film mentale: il van inchioda, si ribalta e noi tutti veniamo catapultati sull’asfalto. L’ultima cosa che vediamo prima perdere coscienza è un paio di occhi luminosi e lunghi artigli insanguinati…

Ovviamente non accade nulla di tutto questo. La Zona di Alienazione è un insieme di biodiversità incredibile, una sorta di Eden abitato da migliaia di creature, ma completamente interdetto all’uomo!

In barba ai rischi per la salute sull’organismo umano, qui vivono e prosperano branchi di lupi, orsi, cervi e cavalli selvatici. Insomma, una sorta di riserva naturale radiologica.
E poi ci sono i cani, i discendenti di quelle povere bestiole abbandonate qui dai legittimi proprietari nel 1986.

È concesso dar loro da mangiare ma è vietato toccarli. Lo so, non avrei dovuto, non avrei potuto, ma ho ceduto ai loro occhi rischiando di contaminarmi.
Si, li ho accarezzati. E loro hanno accarezzato me.

Cani di Chernobyl

Tornando alla foresta rossa, pare sia uno degli hot-spot più contaminati di Chernobyl.
Nei giorni successivi al disastro, le polveri e le sostanze radioattive generarono un pesante fallout proprio su questi alberi.
Le foglie si colorarono di un impressionante rosso sangue e poi morirono nel giro di qualche ora.

Si dice che la foresta fu completamente rasa al suolo e interrata nel raggio di 10 chilometri quadrati.
Interrata come Kopachi, il villaggio rurale anch’esso abbattuto e sepolto sotto terra.
Le abitazioni di legno, a differenza degli edifici in cemento, risultano impossibili da decontaminare. Così fu deciso di scavare delle enormi fosse, rivestirle di cemento e seppellire per sempre alberi, case e memorie.
Fu risparmiato un solo edificio in mattoni, l’asilo di Kopachi, dove la vista delle bambole, dei lettini e delle piccole pantofole abbandonate, mi fa ripiombare immediatamente nel film horror.

Pripyat: una pagina degna della penna di Stephen King

Se al cospetto del sarcofago le radiazioni sono decisamente contenute, ora qui le cose si fanno serie. Ci siamo.

Sono finalmente di fronte alla vecchia insegna di benvenuto della città di Pripyat e i contatori cominciano a latrare come cani impazziti.
Pasha cambia espressione e noi tutti lo ascoltiamo in religioso silenzio mentre ci snocciola ancora una volta “the rules”.

Pripyat

Dopo aver oltrepassato l’ennesimo checkpoint militare, imbocchiamo quello che una volta era il viale principale della città, Lenin Avenue.

Non ci credo, siamo a Pripyat, la bella Pripyat, ma faccio realmente fatica a distinguere le connotazioni di una città. Non c’è più nulla di “urbano” quaggiù!

Ora c’è l’anarchia del mondo vegetale.

Ironia della sorte, Pripyat era conosciuta come la città dei fiori, perché piena di aiuole e giardini curati. Ora tutto è stato inghiottito dalla giungla. Gli alberi hanno invaso gli (ex) giardini, le (ex) aiuole, le (ex) strade, arrivando a svettare oltre gli ultimi piani dei palazzoni in stile sovietico.

Facciamo un tour insolito, Pasha si ferma davanti ad ogni edificio e ci mostra le foto d’epoca nell’esatto punto in cui sono state scattate. Impressionante l’allora e l’oggi di alcuni scorci.

Poi ci mettiamo in cammino a piedi per la città.

Tour Pripyat

Le raccomandazioni di Pasha suonano sinistre: non camminate sul muschio, evitate il fango e non toccate nulla. Ci addentriamo nella giunga in fila indiana, qualcuno si attarda a fotografare le insegne e i manifesti della propaganda sovietica, qualcun altro si guarda intorno attonito, ripensando forse alla vita che un tempo scorreva normale.

Io invece m’imbatto in un orso pure qui…

Olimpiadi Sochi 2014

L’orsetto mascotte delle olimpiadi invernali Sochi 2014

Pripyat ospitava 50mila abitanti e la sua era una popolazione di ceto medio alto.

Era una città ricca, si evince proprio dalla quantità di edifici pubblici: ecco il suo bel palazzo della cultura, le scuole, i centri commerciali, teatri e caffetterie.
Qui vivevano gli ingegneri, gli scienziati e gli impiegati che lavoravano nella vicina (3km) centrale.
Una città-modello del blocco sovietico, insomma una Atomgrad perfetta.

Pripyat aveva anche la sua bella fabbrichetta segreta, la Jupiter, ufficialmente una fabbrica in cui si producevano registratori a nastro, ma che in realtà progettava e realizzava componentistica per l’industria militare.
Oggi i capannoni della Jupiter sono fatiscenti e, inutile dirlo, svuotati di ogni prova che potesse farne saltare la copertura.

Ci addentriamo in un negozio di elettrodomestici sventrato, nell’edificio delle poste, visitiamo la piazza con il famoso Hotel Polissja.

Entriamo ovunque sia possibile.
Dal mese di aprile 2019, il governo ucraino ha vietato le incursioni in tutti gli edifici.
Purtroppo il tempo e gli agenti atmosferici hanno reso molte strutture pericolanti, così il nostro gruppo, salvo qualche piccola esplorazione innocua in portoni e vecchi negozi, è costretto a “rigare dritto” dietro la guida di Pasha.

Le foto di Pripyat dai tetti che si vedono sul web e le incursioni in luoghi più intimi della città, purtroppo sono appannaggio degli S.T.A.L.K.E.R.
Acronimo che sta per Scavengers, Trespassers, Adventurers, Loners, Killers, Explorers and Robbers, cioè Sciacalli Trasgressori Avventurieri Solitari Assassini Esploratori Ladri. Il termine fa riferimento al famoso videogioco, che a sua volta si ispira alla pellicola di fantascienza “Stalker” di Andrej Tarkovskij del 1979.

E proprio come in S.T.A.L.K.E.R., mi ritrovo per davvero in un classico scenario apocalittico da videogioco.

Mentre ci facciamo largo nella fitta vegetazione, Pasha ci ricorda che è vietato toccare qualunque cosa: rami, foglie, bacche… mettete i piedi dove li metto io e non vi succederà niente.

Ma certo… !
È difficile guardarsi intorno senza staccare gli occhi da terra! Il mio sguardo infatti non segue le orme di Pasha ma vola da un palazzo all’altro, dove ricordi di una vita urlano dalle finestre completamente rotte di molti condomini.

Prypiat-Chernobyl-palazzi-blocco-sovietico

All’epoca furono frantumanti tutti i vetri e aperte tutte le porte, per non permettere alle radiazioni di “restare intrappolate” negli ambienti.
E così anche da fuori, possiamo sbirciare l’intimità di quei ricordi ancora sparpagliati a terra, esattamente così come furono abbandonati quel giorno.
Mi ritrovo, ladra, a rubare scatti di una vita spezzata.
Tavole ancora apparecchiate, mobilia ormai consunta, carta da parati strappata che pende sinistra dalle pareti.

Molti di questi oggetti e di questi effetti personali sono rimasti in attesa dei loro proprietari per 30 anni.
Non è raro vederne qualcuno manipolato ad arte da fotografi improvvisati a caccia dello scatto sensazionalistico.
Peluche consunti, bambole, culle e carrozzine posizionate a scimmiottare un set da film horror.
Come se tutto questo non fosse horror già di per se.

Mi rifiuto infatti di fotografarli.

Chernobyl pripyat tour

Mentre fisso le finestre, non posso fare a meno di immaginare le persone affacciate quella notte.
Chi quel 26 aprile si godeva la mite notte primaverile, è stato testimone inconsapevole di un disastro che ha avvelenato mezzo mondo.
I testimoni hanno raccontato di aver visto delle bellissime luci iridescenti nel cielo notturno.
E mentre in aria esplodevano fuochi d’artificio ai raggi gamma, le gole cominciavano a bruciare, gli occhi a lacrimare e le cellule a morire.

Nessuno diede l’allarme. Il giorno seguente furono celebrati diversi matrimoni, la gente continuò a vivere, ad affaccendarsi nella propria quotidianità.
Ma le strade di Pripyat cominciarono piano piano a riempirsi di mezzi dell’esercito.
Chissà cosa devono aver pensato gli abitanti alla vista dei militari bardati con tute e maschere antigas GP-5 di fabbricazione russa?

Il danno ormai era nell’aria. Le rilevazioni restituirono un valore di radiazioni 1000 volte superiore a quello consentito.
E arrivò il giorno in cui per le strade di Pripyat, gli altoparlanti diffusero il seguente messaggio di evacuazione:

Attenzione, attenzione! Attenzione, attenzione! Il Partito Comunista e le forze armate informano che si rende necessario evacuare temporaneamente i cittadini. A tale scopo, oggi a partire dalle ore 14, saranno inviati autobus sotto la supervisione della polizia e dei funzionari della città. Si raccomanda di portare con sé i documenti, gli effetti personali strettamente necessari e prodotti alimentari di prima necessità. Compagni, lasciando temporaneamente le vostre case, non dimenticate per favore di spegnere tutte le apparecchiature elettriche e a gas, e di chiudere l’acqua. Si prega di mantenere la calma, l’ordine e la disciplina durante lo svolgimento di questa temporanea evacuazione.

Quel temporaneamente fa venire l’amaro in bocca. Gli abitanti di Pripyat furono caricati su 1200 autobus, furono letteralmente deportati e distribuiti in grandi città come Kiev e Mosca.

L’evacuazione avvenne in maniera esemplare. In poche ore le operazioni militari svuotarono Pripyat lasciando soltanto gli abitanti ritenuti indispensabili per il mantenimento dei servizi essenziali della città.
Fa orrore il pensiero che molti di quegli sfollati non ci sono più, bambini che si sono ammalati, adulti che hanno generato figli con mutazioni cromosomiche aberranti.

Le parole di Pacha chiudono con un secco The-End questo breve film: nessun potrà più vivere qui per altri 20 mila anni.
Oggi infatti, a differenza dei villaggi circostanti, Pripyat è veramente l’unica città completamente disabitata della Zona.
Eppure si sprecano le leggende metropolitane di mutanti che vivono tra queste rovine, e che attaccano i militari dei reparti speciali durante la ronda notturna.
In molti giurano di aver visto volti deformi dietro le finestre sventrate degli edifici.

Quelle stesse finestre che ora non mi va più di fissare…

Siamo stati bravi, non si potrebbe, ma Pasha ci regala l’incursione nella piscina pubblica di Pripyat.
Per raggiungerla dobbiamo farci strada superando edifici pericolanti e alberi caduti che ostruiscono il sentiero.
Il sottobosco è talmente fitto che non vedo che minuscole porzioni di cielo sopra di me. Una rapida ricognizione per escludere la presenza di militari e la famosa piscina Lazurny è nostra.

I suoi ambienti sono spettrali.

Piscina-Pripyat

Non so dire il perché ma non mi piace stare qui, non mi sento a mio agio.
Mi perdo nel tentativo di trovare l’uscita ma finisco dritta nello spogliatoio. Un crepitio, un’ombra che assume una forma strana… non ci vuole poi molto per cedere agli scherzi della mente, cadere vittima di un delirante e irragionevole terrore.
Pasha per fortuna se ne accorge e torna a recuperarmi.

Una volta fuori mi riprendo. M’incanto ad ammirare gli arrugginiti simboli dell’ideologia sovietica ovunque, persino sui lampioni stradali.
E poi all’improvviso sorrido: laggiù c’è un murales con una coppia di orsi. Mi allontano furtivamente per immortalarlo.

Chernobyl bear
E sono già due… mi sento decisamente più sicura a visitare Chernobyl con il mio animale guida!

Nel frattempo gli altri hanno concluso l’esplorazione nella piscina e riprendiamo il “giro in centro”.
La prossima tappa è uno dei simboli più noti di Pripyat. Il simbolo del futuro spazzato via in una sola notte.

C’è questo proverbio ucraino che dice “no Geiger no radiation”, come a dire occhio non vede cuore non duole.
Scopro che lo spettrale parco giochi di Pripyat è l’hot-spot più radioattivo della città, non ci tengo a conoscere quanti microsievert sto assorbendo così faccio mio l’adagio popolare e spengo il contatore prima che impazzisca.
Non sono l’unica a fare questa pensata, tutto il gruppo mette a tacere i propri dispositivi rendendo questo silenzio ancora più assordante.
Nessun cigolio metallico, nessuna voce, niente, solo i nostri passi sul cemento ormai consumato e invaso dalla vegetazione.

Chernobyl-ruota-panoramica

Il metallo della ruota panoramica ha assorbito una quantità tale di radiazioni da rilasciarle ancora belle forti dopo molti decenni.
Questo è il motivo per cui non ho visto automobili abbandonate in giro.
Ma un momento, se la popolazione ha lasciato in fretta la città con 1200 pullman, dove sono ora le loro auto?
Giro la domanda al buon Pasha.
Sotto i tuoi piedi.
Scusa?
Sotto di te, sono sepolte sotto terra. Insieme agli elicotteri e ai mezzi di soccorso che all’epoca accorsero qui. Troppo, troppo radioattivi.
Mi irrigidisco.
Sento l’urgenza improvvisa di staccare entrambi i piedi da terra, ma ancora non ho imparato a volare.

Ma sì, al diavolo le foto, al diavolo il luna park della morte! Mentre ci allontaniamo mi volto un’ultima volta per guardarla questa arrugginita, radioattiva e letale star di Instagram.
Per fortuna il minivan è laggiù dietro quegli alberi.

Questa volta rimontiamo sul van per un tour blindato. Passiamo davanti al famoso Ospedale 126, un ospedale all’epoca all’avanguardia, che per primo fece i conti con le atroci sofferenze dei soccorritori.
Ai tempi non si sapeva molto sugli effetti delle radiazioni, ma di sicuro quei medici documentarono cose agghiaccianti.
La pelle ustionata passava dal rosso al bianco, al blu, fino al marrone. Poi la morte.
Anche il colore degli occhi cambiava in qualcosa di mostruoso.
Furono molti i medici e gli infermieri che morirono a causa dell’esposizione ai corpi dei ricoverati (e anche questo suona come tristemente attuale).

Come il resto della città, anche l’Ospedale 126 fu evacuato e abbandonato in gran fretta.
E qui sotto, da qualche parte nei suoi sotterranei, sono ancora sepolte le divise, gli stivali e l’attrezzatura dei vigili del fuoco.
Sono in pochi i folli che si avventurano in quegli ambienti, i livelli di radiazioni sono troppo elevati e pericolosi. Pasha non se la sente neanche di farci scendere dal van.

In compenso c’è una sorpresa in serbo per noi, a quanto pare non eravamo qui soltanto per visitare Chernobyl!

Chernobyl-2, la segretissima base militare russa

Ignoravo completamente l’esistenza di una Chernobyl-2. Anche il resto del mondo lo venne a sapere tardi.
Sepolta nella foresta della Polesia, c’è una base militare super segreta, all’epoca neanche segnalata sulle mappe.

Il van all’improvviso svolta e imbocca un sentiero che scompare per chilometri e chilometri nelle foreste, una lunga e noiosa strada nel nulla, allietata soltanto dai continui sobbalzi causati dall’asfalto cotto dal sole.
L’unica curva dopo 30 minuti di palloso rettilineo, finalmente ci conduce al cospetto di un cancello decorato con gli inequivocabili simboli della propaganda sovietica.

Un busto di Lenin sembra darmi un caloroso benvenuto ma i militari no, loro mi guardano con aria truce. Forse è perché sono l’unico essere dell’altra metà del cielo nel gruppo?

Dopo le autorizzazioni di rito varchiamo il cancello e ci addentriamo nei resti fatiscenti della base militare. Superiamo edifici dismessi, mezzi abbandonati e centri del comando ormai in rovina. A terra materiali e strane attrezzature sparse ovunque.

È tutto vecchio e inutilizzato da decenni, eppure sono preda di una strana e segreta suggestione, la guerra fredda qui sembra ancora tiepida!
La mia fervida immaginazione corre subito a uomini impettiti nelle loro uniformi verdi, camici bianchi e plance di comando illuminate da decine di bottoni colorati.

Che c’era quaggiù? Perché questo posto nemmeno esisteva sulle mappe? Che tipo di tecnologia segreta era nascosta tra questi boschi?
Le mie domande trovano risposta oltre la radura.

Duga Chernobyl

Ecco gli array di una colossale antenna radar che svettano al di sopra delle cime degli alberi. Si chiama Duga-3. Più mi avvicino, più fatico ad avere una visione d’insieme: è veramente gigantesca, imponente! Gli altri si affannano con droni e reflex PRO ma non esiste grandangolo capace di catturare le dimensioni del Duga.

Cosa dovesse ascoltare (o trasmettere) questo mostro di metallo, nessuno lo ha mai veramente capito.
Spiare gli americani? Intercettare missili?

La storia dice che negli anni ’70, un segnale potentissimo invase le frequenze di mezzo mondo, disturbandone le comunicazioni… un po’ come Radio Maria. Il segnale non era mai uguale a se stesso, dunque non permetteva di essere studiato e intercettato.

Tutto quello che si riuscì a scoprire triangolando le frequenze, è che la fonte provenisse da qualche parte del territorio dell’allora Unione Sovietica. Da qui sospetti, teorie, preoccupazioni.

I complottisti più fantasiosi sostennero la tesi che il Duga servisse per assumere il controllo mentale sugli umani. Altri che servisse per influenzare il clima. La verità è che neanche la NATO ha mai saputo realmente cosa combinassero i russi quaggiù.

Il Duga venne spento ufficialmente nel 1989, alcuni anni dopo il disastro.
Oggi è un enorme ammasso di acciaio che giace in una zona impervia e ancora contaminata. 150 metri di altezza per oltre 1 chilometro di lunghezza che presto verranno smantellati per scongiurare il pericolo crollo. Un microsisma che smuova tonnellate di particelle radioattive, è veramente l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo tragico 2020.

Eppure, tra i radioamatori di tutto il mondo, c’è chi giura di captare ancora un sinistro e ostile crepitio provenire dalla Zona.

Questo è il suono inquietante del Duga.

L’EPILOGO

Il viaggio a Chernobyl volge al termine. Si contano sulle dita di una mano le situazioni in cui ho pensato al pericolo delle radiazioni.
Il nemico invisibile è stato per tutto il tempo con me, eppure non l’ho percepito come avrei dovuto.
Non ci vuole poi così tanto ad abbandonarsi alla storia, ai racconti, alle suggestioni.

Visitare Chernobyl oggi, significa avere il privilegio di attraversare i luoghi dell’apocalisse portando a casa la propria pellaccia sana e salva (forse).

Ma ormai non c’è bisogno di andare fino a Chernobyl per avvelenarsi. I veleni sono ovunque intorno a noi, basta saperli dosare.
Il medico e alchimista Paracelso già nel Rinascimento affermava:

Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit

Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto

E questo vale ancora oggi.

Pripyat-parco-divertimenti

Ripenso all’album di Pasha, alle fotografie di Pripyat che ritraggono mamme con i passeggini, auto parcheggiate lungo i marciapiedi, le aiuole curate.
L’atomo ha permesso a questa città di prosperare, l’atomo l’ha annientata.

Eppure oggi c’è vita. Una vita completamente nuova, magari non proprio ortodossa dal punto di vista della catena del DNA, ma è una vita prospera e rigogliosa.
E in questo quadretto, almeno per qualche millennio a venire, non è contemplata la presenza dell’uomo.

Eccola la potenza del messaggio che mi arriva da questo viaggio assurdo.

Visitare Chernobyl con l’ansia di uscirne contaminati

Militari, impiagati, operai, visitatori, tutti sono obbligati a sottoporsi ai controlli dosimetrici prima di lasciare la Zona di Esclusione.
Prima di partire, avevo letto di visitatori ai quali erano stati confiscati abiti, smartphone, addirittura le calzature, perché trovate positive alle radiazioni.

Io ho accarezzato i cani randagi. Ho fatto cadere a terra il contatore Geiger ed altri effetti personali. Mi aspettavo minimo un cazziatone con quarantena.
Perché sì, c’è anche lo spettro della quarantena (quanto è attuale purtroppo questa parola).

Chernobyl checkpoint dosimetrico

Non uno ma due sono i controlli da superare. Uno per uscire dalla zona dei 10 km e l’altro al checkpoint dei 30 Km.
Ci si posiziona con i piedi sulla base di questo vecchio strumento di fabbricazione sovietica, si mettono entrambe le mani sui lati e si fissa un punto davanti a se.
L’apertura automatica entra in funzione soltanto in caso di assenza di contaminazione, altrimenti in caso di positività, scatta la procedura di decontaminazione.

Per fortuna tutti risultano non contaminati, compreso il van. Compresa me.

Ci aspetta un lungo viaggio di ritorno verso Kiev.

Visitare Chernobyl in sicurezza: tutte le info utili

Se fino a qualche anno fa, visitare Chernobyl e la Zona di Alienazione non era nemmeno un’idea segretamente concepibile, dal 2011 l’accesso è consentito anche ai comuni visitatori. Basta affidarsi alle agenzie autorizzate dal governo per permettersi un vero viaggio da scenario apocalittico.

  • L’ingresso è consentito SOLO al seguito di un’agenzia autorizzata dal governo.
  • Per entrare nella zona occorre il passaporto in corso di validità, la firma sulla liberatoria.
  • I tour vanno prenotati almeno 15 giorni prima.
  • Da Kiev a Chernobyl ci vogliono oltre 2 ore di viaggio. I tour giornalieri partono alle 8 del mattino con rientro previsto in serata.
  • Le disposizioni impongono di vestirsi con abiti che lascino pochi centimetri quadrati di pelle all’aria. Si a scarpe chiuse, anche d’estate. No a sandali e short.
  • Il tour include autorizzazioni di accesso, assicurazione, viaggio, un pasto completo e un pass per la base segreta Chernobyl-2.

Visitare Chernobyl in sicurezza

Visitare Chernobyl in tutta sicurezza si può.
Le guide conoscono la Zona come le loro tasche. Vi condurranno lungo percorsi sicuri e non pericolosi per la salute. Le visite in luoghi contaminati sono temporizzate, onde evitare il rischio di esposizioni prolungate alle radiazioni.
Alcuni tour prevedono la possibilità di pernottare nella Zona.
In questo caso, la quantità (e la qualità) delle esplorazioni sono decisamente migliori. I tour di questo tipo permettono di entrare in contatto con alcuni self-settler, i coloni anziani che sono tornati a vivere illegalmente nella Zona.

Io mi sono affidata all’agenzia SoloEast Travel e mi sono trovata benissimo.
Se avete più giorni a disposizione, io consiglio il tour privato e non quello in gruppo.

Mi raccomando, visitare Chernobyl non è una gita scolastica, è un viaggio che impone riflessione e rispetto.

Se avete domande o altre curiosità su come visitare Chernobyl, sono a disposizione. Ma scordatevi che io venga a casa vostra a illuminare il corridoio di notte… non sono diventata fosforescente!

Chernobyl URBEX

22 comments

  1. Violenza e curiosità sono due amiche: concordo, ormai i giornali non parlano d’altro per poter incollare i lettori alle pagine e acchiappare click. Eppure hai scatenato in me ora la curiosità di volerci andare, la curiosità di scoprire questo orrore, passato e presente, un orrore che dovrebbe far riflettere chi di dovere e invece tira dritto. Non importano i pompieri morti, le carrozzine abbandonate, le auto sepolte perchè troppo radioattive. Quel tanto decantato benessere e risparmio economico creato dal nucleare, ha causato 6mln di morti in nome della ragion di Stato di Madre Russia.
    Quelle strutture abbandonate, quelle zone lasciate a se stesse e gli edifici diroccati mi fanno chiedere”Perchè tutto questo? In nome di chi o che cosa?”.

    Grazie Dani per questo post. Mi hai incuriosito su una storia che avevo già approfondito in passato ma su cui dicevo sempre “Io, a visitare Chernobyl, mai”. E allora adesso, dopo aver letto il tuo racconto, a Chernobyl ci andrei eccome. Perchè come dici tu, violenza e curiosità vanno a braccetto e sono una calamita per chi vuol scoprire di più sulla capacità di autodistruzione dell’uomo.
    Luca

    1. Vero, hai detto bene: “scoprire di più sulla capacità di autodistruzione dell’uomo”. Un conto è sentire le notizie ai Tg o seguire una serie come quella dedicata a Chernobyl, altro è vedere con i propri occhi gli effetti della somma prepotenza di chi sostiene di poter giocare con l’Atomo. E a proposito di serie, mi ha colpito tantissimo la frase fatta pronunciare a Gorbačëv in una delle prime puntate: “La nostra forza deriva dalla percezione che si ha di quella forza”… c’è tutto il senso della menzogna di un regime con troppo rosso negli occhi!
      Sono io a ringraziare te, Luca, per aver commentato e soprattutto letto questo lungo racconto infarcito di troppe riflessioni 😛
      Purtroppo devo darti una brutta notizia, Chernobyl per ovvie ragioni di salute, è interdetta a bambini e ragazzi. Peccato, perché certe lezioni sull’uomo andrebbero apprese fin da piccoli!
      Grazie ancora! 🙂

  2. Azz, mi sono sottoposto a diverse radiografie senza saperlo  Anche io la storia di Chernobyl la conosco bene e ricordo come se fosse ieri il dramma che vivemmo, la paura di mangiare frutta e verdura, di bere il latte. Sicuramente tutti noi, chi più chi meno, portiamo gli effetti di quel disastro. L’attrazione per il macabro l’abbiamo tutti, ci viene inculcata nella mente quotidianamente; basta guardare i tg alla sera per essere inondati di violenza e orrore. Vedere un “cimitero dei paesi” deve essere drammatico, hai davanti agli occhi la tragica realtà. Circa l’OMS, basta vedere come si è comportato di recente con il Covid per capire che anche loro sono pupazzi politicizzati. Brava Orsa un’esperienza incredibile che personalmente non sarei stato in grado di affrontare, anche se la mia curiosità per l’urbex è alta

    1. Velo pietoso anzi, colata di cemento pietosa, sul comportamento dell’OMS…
      Esplorare la Zona è il sogno supremo di tutti gli amanti dell’Urbex, ma ultimamente (complice la serie), si è assistito a un’impennata pazzesca del numero di visitatori che prenotano i tour. Con il senno di poi sceglierei un tour privato senza pensarci due volte. Tu, la guida e basta. Certo, il costo sale ma c’è la possibilità (effettiva) di esplorare luoghi interessanti e non “da catalogo”, passami la similitudine.
      Tu scherzi, io mi ero fatta mille problemi sul discorso attrazione per il macabro e invece a Chernobyl ho visto ragazzi in assetto da gita scolastica, come se stessero in un parco giochi! Se avessi avuto un contatore della rabbia al posto di quello per le radiazioni, sarebbe esploso lanciando raggi gamma su quella gentaglia! 😀
      Non la diciamo troppo in giro sta cosa delle radiografie in volo… altrimenti le compagnie ci fatturano pure quelle 😛
      Grazie per aver letto Fausto! 🙂

  3. Chernobyl resta uno degli incubi della mia adolescenza. Erano anni in cui si parlava di Terza Guerra Mondiale e già a fatica riuscivo a trattenere la paura di fronte a scenari apocalittici. Poi arrivò Chernobyl. Ricordo il divieto di consumare insalata e latte, il vento che diffondeva le particelle. Il terrore. Da allora per me il nucleare è stato qualcosa da bandire. Ancora oggi se penso alle vittime, a quelli che si sono trovati a dover lasciare tutto, a chi si è trovato ustionato, be ancora oggi mi vengono i brividi. Sono stata ad Hiroshima ed il Museo della Bomba con le sue testimonianze ed i suoi oggetti è stato un pugno nello stomaco. A stento ho trattenuto le lacrime. Non credo che riuscirei a visitare Chernobyl. La paura sì ma anche la consapevolezza di non poter trattenere le lacrime ed il dolore. Daniela, siamo abituati alla tua ironia nel raccontare, ma qui c’è tutta la sensibilità di chi si è trovato di fronte a qualcosa di troppo grande ed inaccettabile. Di tanto in tanto leggo notizie di come la natura e la fauna si stiano riprendendo la zona. Un po’ mi dà speranza. Che ai danni degli uomini, col tempo, la natura sappia porre rimedio. Ma la tenuta del sarcofago è lì che incombe su qualsiasi bel pensiero.
    Grazie Daniela, uno dei tuoi articoli più belli e sentiti.

    1. E pensare che Chernobyl è figlia dello stesso padre (italiano tra l’altro) con le cui intuizioni si arrivò a costruire la Bomba-H. Hai detto bene, un pugno nello stomaco Hiroshima e un calcio nelle ginocchia Chernobyl, due occasioni per ammirare con il senno di poi l’immensa stupidità umana…
      Ma tanto l’uomo non imparerà mai dagli errori del passato, secondo te la lezione della natura la capiremo? 🙁
      Sono segretamente convinta (almeno mi piace pensarlo) che se per sciagura il mostro si dovesse liberare dal sarcofago, andrebbe a colpire selettivamente solo la razza umana. E risparmierebbe animali e vegetali.
      Immagino la commozione e l’amarezza nel Museo della Bomba.
      Grazie a te Simona, le mie (lunghissime) considerazioni di viaggio erano in bozze da troppo tempo, e in questi giorni mi hanno prepotentemente chiesto di uscire! 🙂

  4. Un reportage completo, che mi ha lasciata con il fiato sospeso dalla prima all’ultima parola. Non credo ci sia niente di macabro o di “malato” a voler intraprendere certi viaggi perché come in questo caso la necessità di sapere cosa è successo è una motivazione più che valida. Quelli malati sono i turisti da selfie a tutti i costi, ma questo è un altro discorso.
    Mi sono segnata il nome dell’agenzia perché questa è un’esperienza che vorrei fare, perché come te ricordo la paura di compare frutta e verduta in quel periodo, e quelli che chiamavo “i bambini di Chernobyl” che ogni anno venivano ospitati nella mia città, e in qualche modo sento la necessità di saperne di più.
    Tra l’altro ho da poco comprato un libro che si intitola Una Passeggiata Nella Zona, scritto da un autore ucraino. Al momento non l’ho ancora iniziato ma ti faccio sapere!

    1. Menomale Silvia, ti ringrazio perché a volte mi domando se io non abbia veramente qualcosa di strano. Il discorso selfie sui luoghi del disastro è una tragedia nella tragedia…
      Ti consiglio anche Preghiera per Chernobyl, un insieme di testimonianze drammatiche raccolte dall’autrice (giornalista premio Nobel), un’altra bella botta nello stomaco.
      Di agenzie ce ne sono diverse, ho scelto SoloEast perché a quanto ho capito è quella più “anziana” e con più esperienza sulle spalle. Infatti ho apprezzato tantissimo il fatto che la guida non ci abbia fatto correre rischi inutili pur di scattare foto instagrammabili, preservando così la nostra salute!
      Allora sei rimasta senza respirare per un bel po’! 😛 Ti ringrazio per aver letto questo articolo tanto lungo, Silvia! 🙂

  5. Tralasciando (che tanto ormai lo sai) la mia voglia matta di visitare l’Ucraina e quindi il mio andare in brodo di giuggiole quando ne scrivi, questo è uno degli articoli che hai scritto che più ho apprezzato. Perché c’è il tuo tocco ironico inconfondibile, condito da riflessioni importanti e mai scontate.
    Io non so se ci andrei a Chernobyl. E non perché ODDIO SEI MATTA LE RADIAZIONIHHHH, sono d’accordissimo con te quando dici che ne becchiamo quantità industriali senza nemmeno accorgercene, e nemmeno perché si tratta di dark tourism. Sono stata in altri luoghi testimonianza della follia umana più bassa e becera (ho scritto un mese fa del villaggio di Lidice, che se ci ripenso sto male), ma Chernobyl è una sorta di mostro “sacro”. Sono cresciuta coi racconti di mia mamma che non sapeva come trovare latte che non fosse contaminato da darmi (sono nata 10 mesi prima dello scoppio); ho letto cose qua e là, visto vari video su youtube con testimonianze più o meno sensazionalistiche. Poi è arrivata la serie tv, e quella sì che ha reso tutto fin troppo vero, di nuovo. Se fin lì ero sicura che ci sarei andata, dopo non lo so… forse sì.
    Però intanto ti ringrazio, e vado a cercare il libro che hai consigliato a Silvia

    1. Ciao Celeste! Mi ricordo della passione comune per l’Ucraina, indicata più volte nei nostri Traveldreams! Lo ammetto apertamente, non è stato facile scrivere di questa giornata, la bozza è stata sempre aperta sul mio monitor per mesi e mesi… ma quasi mi spaventava, come se a posteriori avessi temuto di beccarmi le radiazioni tramite foto e parole (pensa che scema che sono). Mammamia che strazio il non trovare il latte per i neonati 🙁 e pensa che l’abbiamo vissuta solo di striscio.
      La serie è veramente ben fatta, tra l’altro ho visto che le varie agenzie organizzano anche dei tour proprio sui luoghi della serie, pensa che trampolino che è stata per Chernobyl! Infatti il rischio è quello che la Zona diventi un immenso parco a tema, cosa che spero venga scongiurata.
      Struggente quel libro!
      Ti ringrazio per aver letto la mia esperienza, Celeste! Spero che tu possa presto scrivere la tua e vedere la bella Ucraina, al di là della Zona 😉

    2. Cara Orsa, hai scritto davvero una bella pagina che andrebbe diffusa il più possibile. Perché il vento può portare il male ma può anche portar via la memoria, la nostra, che sembra sempre incredibilmente corta. Io mi ricordo di quell’ evento, così drastico, drammatico, definitivo, ma in quanti sanno oggi quale sia il prezzo dell’atomica? A stento ricordiamo cosa è successo in Giappone appena qualche anno fa.
      Ecco il viaggio è anche questo: testimonianza e racconto del nostro mondo. Bravissima, è stato un piacere leggerti.

      1. Quanto hai ragione! Il disastro di Fukushima è così recente, eppure già sbiadito dalle memorie di tutti. La memoria ritorna a cicli: basta un evento, una serie (come il caso di Chernobyl) ed ecco che ritornano agli onori delle cronache documentari, special televisivi, immagini e anche mostre monografiche con foto d’epoca. Tutto contribuisce a fare da monito, ma l’uomo non fa tesoro di niente. Anche la natura ci batosta con sonore mazzate… eppure dimentichiamo anche quelle 🙁
        Io erano anni che desideravo realizzare questo viaggio e sono contenta di essere tornata a casa con le mie riflessioni e con questa mia piccola testimonianza. Un soffio, anche piccolo, per contrastare il vento che porta via la memoria 🙂
        Grazie di cuore, Benedetta! 🙂

  6. Ti consiglio anche io un libro, non ricordo se già te lo avevo consigliato: si chiama ‘L’ ultimo amore di Baba Dunja’, scritto da Alina Bronsky, un libro di poche pretese, la storia semplicissima di una donna, abitante del villaggio di Černovo, che si rifiuta di lasciare la sua casa, la sua terra…
    Riguardo al tuo racconto, permettimi di non commentare. Hai già detto tutto tu. Lasciami solo dire che ci sono stata sopra più di mezz’ora, a leggere e rileggere ogni frase, ad osservare ogni dettaglio delle immagini.
    Grazie per questo racconto.

    1. Segnato, grazie! La mia tipologia di tour non lo prevedeva, ma quanto mi sarebbe piaciuto incontrare qualche anziano e caparbio abitante di Chernobyl, per farmi offrire un “bicchierino” e quattro chiacchiere. Le guide per carità, sono tutte preparatissime e molto professionali, ma ho notato che se affondi con qualche domanda personale, se cerchi di scavare nei loro ricordi di quando erano piccoli… l’espressione cambia, si chiudono! Invece gli anziani sembrano affrontare il discorso in modo più sprezzante, forse perché sono ancora vivi e in salute per poterne raccontare 😉
      Sono io a ringraziare te Elena, ho apprezzato tantissimo la tua attenzione per parole e dettagli 🙂

  7. Hai scritto un bellissimo, sensibilissimo reportage. Turismo riflessivo… Un’espressione che mi piace: brevettalo e diffondilo a macchia d’olio.

    Mi ha fatto senso leggere dei liquidatori e del sarcofago e non so nemmeno se riuscirei a fare il tuo stesso viaggio. Ciò che ho apprezzato molto, però, è la tua capacità di autoanalisi, anche riguardo il fenomeno – che riguarda tutti! – della curiosità verso i disastri. Recentemente sono stata “rimproverata” da una blogger, che sosteneva che esaltare, della Calabria, il lato mafioso significa attirare turismo di bassa lega. Nulla, le tue parole mi hanno fatto tornare alla mente quella critica, che alla fine ho trovato sciocca. Bisogna saper accettare le contraddizioni dell’essere umano, a meno che non divengano pure morbosità.

    P.S.: fossi in te manderei l’articolo a delle testate, come l’Internazionale.

    1. Ciao Roberta! Mi pare di averla già sentita la locuzione turismo riflessivo, non l’ho inventata io ma l’ho mutuata per queste particolari riflessioni di viaggio 🙂
      La storia dei liquidatori, come degli stessi pompieri, è davvero straziante. Anche a distanza di anni fa sempre impressione sapere in che modo atroce si siano sacrificati per il resto dell’umanità (resto dell’umanità che in gran parte ignora completamente questa storia).
      Anche io credevo che il problema fosse la morbosità. Mi sbagliavo, c’è dell’altro. Ho visto personalmente cretini che si scattavano selfie con le dita a V nei campi di concentramento e al cospetto dello stesso sarcofago… la morbosità a quanto pare è il male minore, oggi!
      Ti ringrazio di cuore per i complimenti, fatti da te valgono doppio 😉

  8. Cara Orsa, che tour che hai fatto! Dev’essere stato un susseguirsi di brividi ed emozioni, per fortuna avevi il tuo animale guida che ti sorvegliava e si prendeva cura di te. Mi ha fatto molto riflettere l’espressione che hai usato “vivere nella e della propria terra”. Una notte tutto è cambiato all’improvviso per quelle persone, sono state private di qualsiasi cosa, trasportate a miglia di distanza, senza sapere che portavano con sé il drammatico fardello delle radiazioni. Un viaggio a Chernobyl e Pripyat è un viaggio nella consapevolezza che tutto è temporaneo, e inevitabilmente porta a tante riflessioni. Grazie per la condivisione di questa esperienza!

    1. Sono io che ringrazio te per aver letto e per aver condiviso le tue riflessioni. Vero, è tutto così dannatamente scontato che non ci riflettiamo sul fatto che basta un attimo per sconvolgere un paese intero. Eppure le cronache spesso ci avvisano… ma quando un disastro accade lontano, per noi è lontana anche la percezione del pericolo. Succede in casa nostra (vedi terremoti e alluvioni), figuriamoci a migliaia di km di distanza. Non impareremo mai… 🙁
      Grazie ancora! 🙂

  9. Ho visto vari reportage su questa visita e non ho mai avuto voglia di visitare quel luogo. Pompei fu distrutta dalla Natura qui c’è lo zampino dell’uomo che continuo a dire è l’animale più stupido sulla faccia della terra. Non ne nego il fascino e nemmeno la storia ma tanto noi dalla storia non impariamo mai nulla. Tu comunque, come sempre, mi tieni incollata allo schermo a leggerti. Sono contenta tu sia ritornata a scrivere, mi eri mancata.
    Peccato tu non sia diventata fluorescente, ti avrei invitata per un caffè notturno a casa. 😉

    1. Infatti, proprio per questo la Zona fa molta più impressione di Pompei. Tra l’altro la Natura sembra essere inclemente più con gli uomini che con animali e piante… questa è un’altra lezione che (non)impareremo mai 🙁 Sono contenta di ritrovarti, Lilly! Mi sei mancata anche tu… vale lo stesso se mi metto un giubotto catarifrangente per il caffè notturno? 😛
      Grazie di cuore! 🙂

  10. Non mi sarebbe mai venuto in mente di visitare Chernobyl (mi sono tenuta alla larga anche dalla serie tv) e, fino ad oggi, non avevo mai letto un reportage su questa esperienza. Devo dire che quanto hai scritto ti immerge completamente nelle atmosfere del luogo, suscitando una sensazione di inquietudine per questo nemico invisibile che ancora può colpire! Sarà che oggi siamo tutti sull’attenti per colpa di un altro nemico invisibile, anch’esso piuttosto “molesto”.
    Complimenti, davvero, per un post scritto magnificamente 🙂

    1. La mia passione per i luoghi abbandonati mi ha condotta per direttissima a Chernobyl, tanto più che da un po’ di anni la Zona è stata aperta a tutti quei visitatori che vogliono aggirarsi tra i luoghi del disastro in tutta sicurezza. Il vento di Chernobyl è arrivato molto lontano, toccando in minima parte anche noi. E oggi la cosa si ripete con un vento ancora più micidiale che arriva dalla Cina. Che dire… non impareremo mai 🙁
      Grazie per i complimenti! Confesso che il post proprio non voleva uscire dalle bozze, forse appesantito proprio dall’inquietudine di cui parli…
      Grazie ancora 🙂

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