
La Real Casina di Caccia di Persano è una residenza di campagna, ma è un luogo che ha avuto talmente tante vite, che quando ci entri non sai bene quale ti toccherà incontrare.
I Borbone avevano un concetto tutto loro di casa di campagna, ma non mi stupisco più di tanto dopo aver visto quella garçonnière travestita da residenza di pesca che è la Casina Vanvitelliana.
Io, per dire, in una casa di campagna avrei bisogno al massimo di un tavolo di plastica, una zanzariera, magari un frigorifero.
Re Ferdinando IV di Borbone, invece, si era fatto costruire una magione nel mezzo dei boschi della piana del Sele, a un paio di ore di carrozza dalla sua Reggia di Caserta.
Una casa di campagna con tanto di torri, cappella gentilizia, scuderie, un’immensa riserva di caccia al cinghiale. E naturalmente con uno scalone monumentale.
In cima al quale c’è lei, Diana.

Diana è una cagnolona di marmo – grande quanto un vero molosso – ritratta in posa seduta e con l’espressione di chi ha appena scoperto un intruso. È il collare a rivelarci il suo nome: fu lo stesso scultore di corte Giuseppe Canart (non ridete) a incidere sul marmo il nome della cagna da caccia prediletta di Re Ferdinando.
Quando era fatta di carne e peli, Diana avrebbe affrontato un cinghiale per difendere il re e il giovane erede al trono Francesco, purtroppo avendo la peggio. Come ricompensa, a imperitura memoria, fu trasformata in marmo.
Immobilizzata in un monumento, a Diana restò un solo compito: sorvegliare la reggia dalla cima dello scalone. Per l’eternità.
Ai tempi lo faceva con dei rubini al posto degli occhi. Due pietre vere, incastonate nel marmo. Di giorno dovevano catturare la luce proveniente dal finestrone in cima alle scale. Di sera, immagino, dovevano sembrare due piccoli carboni roventi.
Il genere di statua che non ti fa venire voglia di dire “che meraviglia” quanto piuttosto di chiedersi se sia mordace…
Oggi Diana è cieca, i rubini sono spariti e nessuno sa con certezza quando. La versione più accreditata li vuole ancora al loro posto fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. In quei tragici anni Persano smise di essere una ex residenza reale in cui si allevavano pregevoli cavalli di razza. Diventò semplicemente un posto in cui cercare di non morire.
Prima occupata dai tedeschi, poi dagli americani. I bombardamenti, i carri armati. La piana del Sele trasformata in un enorme campo di battaglia.
E dentro la reggia Diana continuava a fare la guardia. Almeno finché qualcuno non le portò via gli occhi.
I più sostengono ovviamente che furono i tedeschi cattivi a farlo. Ma è più ragionevole pensare che furono rubati dai contadini locali approfittando del caos della guerra. Si sa, la guerra è sempre stata una grande cassaforte per i misteri irrisolti.
Mentre osservo Diana mi chiedo quante persone nel corso dei secoli, abbiano guardato quegli occhi. Un re di sicuro. E poi servitori, notabili, contadini, bambini. Chissà se sono andati perduti, o dimenticati in qualche cassetto. Oppure finiti incastonati in un inconsapevole gioiello.
Conduco la mia visita alternando lo sguardo tra vecchie stampe, cimeli militari, arredi d’epoca e Diana. Dal corridoio la vedo in cima allo scalone, bianca, immobile.
È una sciocchezza, ma torno ossessivamente su di lei perché in alcune statue alberga spesso quella specie di magnetismo che se guardi più attentamente, potresti scoprire un qualcosa che tutti gli altri hanno ignorato.
È che questo posto mostra il fianco a suggestioni e fantasie. Sono numerose le leggende popolari che ho sentito sulla Reggia di Persano. Si racconta di fantasmi che infestano i boschi, dello spettro di una bambina caduta nel pozzo nel cortile, di rumori di catene nella notte. Di morti suicidi nelle torri. E di latrati di cani fantasma…
Ma figuriamoci. Fuori è già quasi buio e io non odo nessun latrato, non vedo nessun fantasma, non sento alcuno spirito.
Le uniche (piacevoli) presenze che avverto indossano la divisa dell’Esercito Italiano. Perché Persano ha cambiato ancora vita: la Real Casina di Caccia non è più una residenza reale, ma una caserma. Lo ammetto senza vergogna, considerata la mia passione per i luoghi militari, il mio vero obiettivo era intrufolarmi proprio nella caserma.
Una caserma costruita dentro una reggia. Una reggia costruita in mezzo al bosco.
È una storia già incredibile così, non servono fantasmi.

E qui comincia quella parte della vicenda che mi lascia sorpresa. Perché quando penso a una caserma immagino uomini in uniforme, mezzi militari, ordini, alzabandiera, orari precisi. Non cani, o meglio, cagne!
E invece scopro che a Persano le cagne arrivano (o ritornano).
Spuntano di continuo dall’immenso bosco del comprensorio militare, i soldati danno loro da mangiare, un nome. E spesso anche i gradi!
Riflettendoci forse è questo che mi inquieta davvero del mutevole destino della Reggia di Persano: i re finiscono nei libri di storia, le guerre passano, le divise cambiano colore e gli edifici cambiano destinazione.
Le cagne, invece, a Persano continuano ad arrivare una dopo l’altra. Come se qualcuno le avesse convocate.
So per certo che sono state tante. Curioso vero? Tutte femmine.
Una di loro si chiamava Anita. Non si limitava a gironzolare per la caserma come una mascotte. Incredibilmente ogni mattina assisteva all’alzabandiera, come se avesse capito che quella era una cosa solenne.
Sorrido al parallelismo con Diana: lei scolpita nel marmo per ricordare la fedeltà a un re. Anita, secoli dopo, aveva conquistato una caserma onorando il Tricolore.
Oggi Anita non c’è più, ma dopo di lei è arrivata un’altra creatura, Milly.
Lei è andata oltre le cerimonie partecipando attivamente ai duri addestramenti nel bosco di Persano, imparando addirittura a mimetizzarsi senza il trucco d’ordinanza.

Coincidenze o leggende da camerata?
Chi ha avuto la fortuna di fare il militare con Anita, con Milly e con tutte le precedenti cucciolone, giura che i loro occhi restituissero due piccoli bagliori rossi. Non il classico riflesso nocciola degli occhi di molti cani, ma qualcosa che i militari descrivono come due piccoli rubini.
Color “pietre perdute” a voler essere cinici.
Eppure non mi sembra un’invenzione così esagerata, non pare una classica leggenda da camerata. Troppo innocua e in fondo priva di fattore creepy.
Che sia soltanto una coincidenza questa successione di femmine dagli occhi di brace in una caserma che custodisce da quasi tre secoli la statua di una cagna?
La parte meno razionale di me mi fa pensare che Diana abbia trovato il modo di sostituirli, i suoi rubini. Non ha bisogno che le pietre tornino sui suoi occhi, ma che qualche altra fida, come lei, continui a sorvegliare Persano al posto suo.
La visita guidata è terminata. Nel parcheggio dei visitatori mi viene incontro una bella cucciolona. Si avvicina scodinzolando con garbo e timidezza. Un militare sta smontando dal suo servizio, sale in auto e lascia il parcheggio. Per un attimo la luce dei fari investe con un fascio potente gli occhi della bestiola.
E in quell’istante li ho visti anch’io. Eccoli i piccoli rubini perduti di Persano.
Negli occhi di una cagna. Esattamente dove dovrebbero essere.
– Racconti del 31 ottobre collection –
Disclaimer:
La Real Casina di caccia ospita una delle 4 caserme del comprensorio militare di Persano, pertanto non è liberamente visitabile. L’associazione Persano nel cuore organizza eventi e visite guidate periodiche. Anche Royal District organizza tour per visitare i siti reali borbonici in Campania, compresa la Reggia di Persano. La prenotazione è obbligatoria. Per entrare si viene identificati e invitati a lasciare documenti e oggetti personali.