
Cos’hanno in comune Osama bin Laden, Michael Jackson e una conceria abbandonata?
Beh, tutti e tre hanno tirato le cuoia.
Sono una brutta persona, lo so.
Eppure, nonostante il mio cinismo, un nesso esiste davvero: il terrorista più ricercato del pianeta e il Re del pop hanno un legame “di pelle” con questi vecchi opifici che un tempo ospitavano la capitale italiana del pellame e delle sue infinite trasformazioni.

È questa la triste epoca che ci vuole abituati a vivere in superficie e a fior di pelle, sempre più raramente andiamo oltre. E proprio la pelle ci insegna che sebbene sia essa stessa in superficie, molto spesso racconta qualcosa di molto più profondo. Questo vale anche per i luoghi.
Solofra per esempio.
Da lontano sembra un anonimo distretto industriale. Da vicino diventa una storia che parla di artigiani, di un rione dimenticato e di una città che per decenni ha spedito il proprio lavoro ai quattro angoli del mondo senza preoccuparsi troppo di rivendicarlo.
Un rapporto superficiale

Per anni ho conosciuto Solofra come la conoscono in tanti: un nome letto sui cartelli stradali, qualche stabilimento industriale intravisto dall’autostrada e quell’odoraccio inconfondibile che spinge gli automobilisti ad alzare i finestrini e accelerare.
Un rapporto superficiale, appunto. Come giudicare un libro dalla copertina.
Poi ho scoperto che oltre al distretto industriale conciario della Solofra moderna, esiste un’altra Solofra. Più silenziosa, infinitamente più affascinante, almeno per noi che amiamo l’abbandono.
Per trovarla bisogna salire verso il rione Toppolo.
Qui in Irpinia la massiccia presenza di acqua e di boschi di castagno (da cui si estrae il tannino necessario alla lavorazione del cuoio) ha facilitato la concia vegetale, una centenaria lavorazione della pelle dettata dai ritmi della natura.
Tutto questo succedeva già dall’epoca romana, come testimoniato dalle tracce ritrovate negli scavi di Pompei.
Una lunga tradizione insomma, che ha portato questo distretto a collocarsi nella fascia alta del mercato mondiale. Tutto il mondo conosce Solofra… o almeno tutto il mondo degli addetti ai lavori.
Perché noi non lo sapevamo infatti, che nei primi anni ’80 Osama bin Laden frequentò le concerie irpine come acquirente di pellami destinati alle sue attività imprenditoriali locate in Pakistan e Afghanistan.
Come non sapevamo che da questo polo conciario è uscita la pelle di nappa usata per realizzare l’iconico giubbotto rosso che Michael Jackson indossò nel 1982 per girare il video di Thriller.
O voi lo sapevate e non mi avete detto niente?
Memoria e onore
Essendo un sottoprodotto dell’industria alimentare, la pelle degli animali destinati al macello, rappresenta uno dei più antichi esempi di recupero e valorizzazione, oltre che un modo per onorare fino in fondo il sacrificio di un essere vivente.
Non ci avevo mai riflettuto prima di venire fin quassù, ma la concia è una delle attività più antiche inventate dall’uomo.
Prima della ruota, prima della scrittura e prima ancora del fuoco, qualcuno intuì che la pelle di un animale poteva essere salvata dalla decomposizione e trasformata in qualcosa di durevole.
Una scoperta all’apparenza semplice, ma assolutamente rivoluzionaria: prendere qualcosa destinato a marcire e offrirgli una seconda vita.
Ecco un altro aspetto di questa faccenda a cui si tende a pensare con superficialità.
Da quella scoperta la lavorazione delle pelli non finì per diventare soltanto un mestiere. In regioni come queste la concia era paesaggio, era economia.
Era il ritmo delle giornate.
Dentro le fabbriche del silenzio
Quello che nei secoli scorsi è stato il primo nucleo artigianale di Solofra, oggi è una manciata di strade antiche e tranquille, il cui silenzio è rotto soltanto dall’acqua che scorre nel torrente Solofrana. Torrente da cui tutti gli opifici attingevano le acque necessarie alla lavorazione.
Dai cortili alle torrette di asciugatura delle pelli, questo posto è un incredibile scavo di archeologia del mestiere.
Le finestre rotte lasciano filtrare lame di luce tra la polvere. I portoni di legno marciscono lentamente. Le vecchie attrezzature emergono dai detriti come reperti.
In qualche stanza sopravvive ancora uno scaffale, un calendario, una giacca lasciata sulla sedia da qualcuno che pensava di tornare il giorno dopo. E invece non è più tornato.
Un racconto interrotto sul più bello dal terremoto che colpì l’Irpinia nel 1980.
La pelle sotto la pelle
Solofra oggi continua a essere uno dei grandi nomi della concia italiana. Qui si lavorano da sempre pelli destinate all’abbigliamento, alla pelletteria e alle calzature. Eppure in pochi conoscono davvero questa realtà industriale.
Tendiamo a ricordare più facilmente gli scandali che le eccellenze, la cronaca nera che le competenze, le inchieste che i mestieri. Perché il rumore fa più notizia della pazienza. E la concia è sempre stata una questione di pazienza.
Dopo il terremoto gran parte delle attività venne delocalizzata nella nuova area industriale, a ridosso dell’autostrada più a valle.
Le vecchie concerie rimasero qui in uno strano limbo: non abbastanza antiche da essere considerate monumenti. Non abbastanza moderne da essere riutilizzate.
Camminando tra questi edifici ho l’impressione di trovarmi in un bizzarro museo senza biglietteria né custodi. Un museo in cui percepisco il peso del vuoto.
Sta sparendo un luogo che per secoli ha trasformato la pelle in qualcosa capace di resistere al tempo. Giubetti, gonne, trench e chissà, vecchi montoni ancora chiusi in qualche armadio o circolanti nel mondo dei mercatini vintage. Quelle pelli esistono ancora.
Le fabbriche e la loro storia no.
Forse perché conservare la materia è relativamente semplice.
Conservare le storie, invece, richiede qualcuno disposto ad ascoltarle.

Il borgo Toppolo è un luogo fatiscente e inagibile, ne sconsiglio vivamente la visita.
Reportage fotografico del 2022 realizzato nel pieno rispetto della proprietà e dello stato di fatto.
Ho lasciando solo impronte, ho preso solo immagini.
Bellissima quell’architettura e gran peccato che certe costruzioni vengano condannate alla distruzione anziché essere restaurate e riconvertite.
Sì, una bella passeggiata in piena archeologia industriale. Nell’insieme tutte le concerie abbandonate del rione offrono un bel colpo d’occhio con i monti Picentini sullo sfondo.
Ho trovato grazioso assai anche il piccolo centro di Solofra… basta tapparsi il naso prima di imboccare il casello in uscita.
Un gran peccato no, dai, e poi dove andiamo a fare urbex noi amanti dell’abbandono? 😛
C’è un fascino incredibile e quasi ipnotico nei luoghi industriali rimasti “congelati” nel tempo… è da un po’ che non ne visito uno! La storia che c’è dietro questo ex polo industriale, poi, ha dell’incredibile: dai retroscena su Michael Jackson a Osama, sono rimasto davvero a bocca aperta! Questo reportage restituisce dignità a un racconto di lavoro e di territorio che altrimenti andrebbe perduto. Brava Dany!
I luoghi abbandonati come questo hanno sempre un fascino particolare dato dal fatto che sono rimasti congelati nel tempo, come ha scritto Fausto sopra. Allo stesso tempo, l’immagine della giacca lasciata sulla sedia fa riflettere su tutto ciò che può succedere al di fuori del nostro controllo.
Tra l’altro, anche la mia città un tempo aveva un’importante tradizione legata alla lavorazione del pellame, ma purtroppo rimane una sola conceria: un bellissimo edificio in stile Liberty che è stato acquisito prima da una società con una catena di bingo, e poi da un supermercato. Che tristezza!