
Bollata come organizzazione eversiva, e additata dall’opinione pubblica a quanto di più deviato ci fosse nell’estrema destra italiana di quegli anni, Gladio nei fatti era un esercito dormiente, un’armata parallela pronta a difendere l’Italia dalla minaccia dell’invasione russa (ma soprattutto rossa).
Il materiale di carattere operativo di questo esercito segreto era occultato nei 139 NASCO sparsi su tutto il territorio italiano.
I NASCO, termine convenzionale per indicare nascondigli speciali, erano interrati in luoghi impensabili, quali vecchi cimiteri, o in posti inaccessibili nelle viscere delle montagne.
Io ne ho esplorato uno, un tunnel oscuro e buio come le pagine più nere della storia italiana di quegli anni.
Siamo infatti negli anni di piombo, gli anni delle stragi, degli omicidi politici e dei colpi di stato mancati. Siamo negli anni di Gladio, l’esercito clandestino che operava nell’ombra.
È NATO un esercito
Fu Giulio Andreotti a rivelare agli italiani l’esistenza di Gladio nel 1990. Io ero una ragazzina, eppure il terremoto politico che ne seguì lo ricordo bene. Scontri, conflitti, impeachment ai danni dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (uno degli amministratori di Gladio). Oltre 10 anni di indagini e inchieste che gettarono lo spettro della colpevolezza sul terrorismo neofascista.
Ma mentre i giornalisti d’inchiesta correvano dietro ai nostalgici per afferrarli dal bavero della camicia [nera], nei fatti a muovere le fila di tutto c’erano la CIA e la NATO.
Dietro Gladio, dunque, c’erano i ‘mericani.
In quegli anni la Guerra Fredda in realtà era più che bollente e la CIA per prevenire eventuali attacchi dell’Armata Rossa sui territori dell’Europa occidentale, promosse un’operazione internazionale controllata dalla NATO e denominata Stay Behind.
Ogni Paese europeo aderente al Patto Atlantico avrebbe dovuto dotarsi di strutture paramilitari segrete pronte a intervenire immediatamente. In Italia questo esercito fantasma prese il nome di Gladio.
Sebbene sotto il controllo del SIFAR (gli allora Servizi Segreti italiani), la coordinazione a monte di CIA e NATO alimentò i sospetti che Gladio potesse essere utilizzata per influenzare la politica italiana sostenendo le forze conservatrici, e ostacolando la [discutibile] democrazia della sinistra.
Da qui le accuse golpiste, le voci sulla rete di terroristi di estrema destra e il tentativo di diffondere la tesi che l’Italia vivesse sotto l’influenza di presenze poliziesche e autoritarie.
Tuttavia, anni di indagini non hanno mai prodotto nessuna prova che Gladio avesse condotto azioni illegali e stragiste, né tanto meno avesse trasgredito ai compiti per i quali fu costituita. Le inchieste si conclusero con l’archiviazione.
Ma si sa, siamo il Paese delle fiction sulla mafia e sulla camorra, degli scandali a puntate, dei sospetti trasformati in certezze e dei [pre]giudizi che spesso sopravvivono ai fatti.
Gladio non era autorizzata all’uso del materiale bellico per fini offensivi: il corpo paramilitare formato dai Gladiatori era specializzato in operazioni di sabotaggio e guerriglia dietro le linee nemiche.
Non attacco, ma difesa e “resistenza” (parola a me poco simpatica). E chi per anni ha obiettato sul carattere di segretezza, ha volutamente fatto finta di ignorare che trattandosi di un’organizzazione a carattere militare creata dallo Stato per perseguire fini propri allo Stato stesso, la segretezza non era incompatibile con l’art. 18 della Costituzione.
Per le suddette ragioni non era affatto necessaria la messa a conoscenza al Parlamento. Lo stesso motto di Gladio era Silendo Libertatem Servo, in silenzio preservo la libertà. Ma le ostinate e pesanti accuse spinsero l’allora ministro della Difesa Virginio Rognoni a decretarne lo scioglimento. Era il 27 novembre del 1990.
Un accanimento incredibile, se consideriamo che ancora oggi in Italia sopravvivono enti, consorzi e uffici inutili che cannibalizzano risorse da decenni.
Gladio nell’armadio
Gladio era un sistema di sicurezza molto complesso e articolato, nato ufficialmente nel 1956, ma che operava già dal 1945.
I Gladiatori venivano reclutati tra ex legionari, ex paracadutisti della Folgore, gente avvezza a un certo tipo di “fede”. Anche il centro di addestramento era segreto: una base in Sardegna completamente finanziata dagli americani.
Armi e materiali arrivavano direttamente dagli USA, aviotrasportati e lanciati sul territorio sardo in speciali contenitori infrangibili.
Nel 1963 fu deciso di spargere il materiale bellico su tutto il territorio nazionale. I 139 NASCO vennero installati in luoghi insospettabili: cimiteri, chiesette di campagna, fontane. Ma cosa contenevano? Naturalmente armi, munizioni, esplosivo C4, tritolo, pugnali, fucili di precisione, radio trasmittenti e materiale propagandistico come volantini e macchine fotografiche.
Nel 1972 in seguito al fortuito rinvenimento di uno dei NASCO (durante i lavori di ampliamento in un cimitero del Nord Italia i becchini rinvennero quelle che i giornalisti definirono “bare al plastico”), fu deciso di recuperare tutti e 139 i depositi per trasferirli in luoghi con migliori condizioni di sicurezza.
Parte del materiale dissotterrato fu depositato in caserme dei Carabinieri contrassegnati con l’etichetta di copertura “Ufficio monografie del V CMT”. I militari incaricati del ritiro erano tenuti a verificare la corrispondenza una mezza banconota da Lire 1000 con l’altra metà custodita nella cassaforte del SID a Roma.
Il mancato recupero di tutti i NASCO, per diverse ragioni, alimentò all’epoca sospetti su un possibile legame tra il materiale esplosivo e le stragi degli anni ’70.
Golpe o colpe?
Ecco perché questo lungo tunnel scavato nel ventre della montagna oggi è vuoto.
Gladio non fu mai attivata. Tutto il materiale nascosto quassù, grazie al cielo, non è mai servito. Col tempo questo NASCO venne completamente svuotato, privato di ogni attrezzatura, ogni traccia riconducibile all’esercito fantasma.
Il complesso che ho esplorato, però, mi ha lasciato con più di una domanda aperta. L’articolato sistema di gallerie, l’ampiezza degli ambienti, gli impianti di aerazione, la rete di distribuzione elettrica e le dimensioni complessive fanno pensare che questo non fosse un NASCO comune.
Più che un deposito, sembra una struttura operativa molto più enigmatica, la cui reale funzione, forse, non è mai stata indagata fino in fondo. Catastalmente parlando, il terreno che sto calpestando appartiene ancora all’Esercito Italiano, cosa che presta il fianco a formulare ipotesi molto suggestive.
Ma dentro il tunnel l’aria cambia, le fantasie cedono il passo ad altro: tutto questo grigiore e l’aria pesante richiamano un curioso parallelismo al piombo di quegli anni. Il tunnel vira continuamente a novanta gradi verso destra e verso sinistra, forse un espediente per contenere l’onda d’urto in caso di eventuali esplosioni.
Ai lati si aprono camere con la volta arcuata, come una sorta di caveau.
Ambienti stranissimi disseminati di vecchie batterie, strutture metalliche e doppi fondi rivestiti di lamiera. Nell’aria resta ancora il sapore acre del ferro.
Sopra la mia testa corre una fitta rete di tubazioni. Seguendola incrocio corridoi secondari, scalette di ferro a muro che conducono verso livelli sconosciuti.
La tentazione di avventurarmi è tanta, ma non è il caso di rompermi un femore qui dentro… così cerco di non perdere mai di vista il corridoio principale.
Poi, dopo l’ennesima svolta a gomito, ecco finalmente una lama di luce.
Il tunnel sbuca sul versante opposto della montagna. Il panorama che mi si presenta è dei più belli: il pianoro, il laghetto carsico, i verdi boschi dell’Irpinia. Lancio il drone e per qualche minuto mi concedo il lusso di guardare questo paesaggio con gli occhi di un falco.

E dall’alto mi accorgo di un dettaglio curioso: poco distante il drone inquadra i resti di quella che sembra una strana Stonehenge moderna.
Sono i ruderi di un’ex base militare. Una base NATO… che coincidenza.
Ma questa è un’altra storia.

Il tunnel è fatiscente e inagibile, ne sconsiglio vivamente la visita.
Reportage fotografico realizzato nel 2021 senza violare divieti e nel pieno rispetto dello stato di fatto. Ho lasciando solo impronte, ho preso solo immagini.