L’ultima stazione: viaggio lungo una ferrovia abbandonata dell’Italia del Sud

Trekking lungo la ferrovia abbandonata Sicignano Lagonegro

Una linea ferroviaria non è soltanto un tracciato per viaggiare dal punto A al punto B.
I binari sono vivi (anche quelli “morti”), sentono, accumulano memorie, e a chi sa ascoltarli, raccontano cose.
Nei vecchi film western i guerrieri Apache erano in grado di sentire un convoglio a centinaia di chilometri di distanza soltanto accostando l’orecchio sul binario.
Al pari di una conchiglia che rimanda l’eco delle onde del mare, anche un binario canta di storie, di addii, di viaggi senza ritorno.
Ma questo succedeva fino al secolo scorso, oggi nell’epoca dell’alta velocità, un binario italiano mormora sommessamente di un Paese che non c’è più, un Paese per cui il fischio del treno era un suono carico di speranza.

Quel che poteva essere e non è stato

Crocevia mancati tra popoli e territori, molti binari dismessi hanno prestato un servizio glorioso, ma troppo breve, a causa (o per merito) delle strade rotabili.
Di quella fitta maglia di strade ferrate che hanno trasportato sogni e illusioni, oggi non rimane che una malinconica traccia per romantici e nostalgici.

Ma ci sono romantici che non accettano l’idea del capolinea, romantici per cui il viaggio lungo una ferrovia abbandonata non è affatto il viaggio verso l’ultima stazione.
E poi ci sono romantici – come me – che rifiutano la teoria che i binari, come le rette parallele, siano condannati a non incontrarsi mai.
È tutta una questione di prospettiva: è allora che l’ultima stazione diventa magia.

Trekking lungo la ferrovia abbandonata Sicignano Lagonegro

In questo viaggio ho fatto convergere la passione per i treni con l’amore per l’abbandono, mettendomi in cammino lungo il tracciato di un’affascinante ferrovia abbandonata.
Ho inseguito il passato attraversando villaggi rurali, gallerie e viadotti.
Ho superato gole e valli, ho esplorato stazioni e caselli abbandonati alla ricerca di un vissuto storico e di ricordi da riportare in vita.

Il mio UrbExpress mi ha condotta sulle rotaie arrugginite della ferrovia abbandonata Sicignano-Lagonegro, meglio nota come Ferrovia del Vallo di Diano. Un tracciato lungo 78 chilometri tra Campania e Basilicata, inaugurato nel 1886 e sospeso (mai ufficialmente) nel 1987.
Poco più di cento anni, quasi come la vita di un cristiano, dopo i quali nessuna Littorina e nessun Centoporte ha più sfidato questi arditi quanto affascinanti binari.
Oggi, tra quelle rotaie abbandonate, a circolare sono soltanto erbe infestanti, rovi… e qualche Orsa.

Trekking lungo i binari abbandonati della ferrovia del Vallo di Diano

C’era una volta la ferrovia Sicignano-Lagonegro

Dal finestrino del mio treno immaginario scorrono lente le immagini di un territorio ricco d’identità.
Soltanto due secoli fa in questo angolo sperduto di Sud si bucavano le montagne, si bonificavano pianure e realizzavano ponti per costruire chilometri e chilometri di strade ferrate.

Il bel Cilento fu ricamato con un fitto reticolo ferroviario in nome dello sviluppo. Quello stesso sviluppo che a partire dagli anni ’40 e ’50 ne ha decretato la fine, condannando all’abbandono stazioni e caselli spesso di pregevole fattura.

Non nascondo il magone alla vista delle biglietterie vuote, delle case cantoniere diroccate, dei passaggi a livello arrugginiti.
Mi trovo davanti a un immenso patrimonio nascosto, sepolto dall’incuria e, da un triste manto di erbacce.

Ma per noi che ci abbandoniamo all’abbandono, il viaggio lungo una ferrovia dismessa è come Disneyland agli occhi di un bambino, con in più il piacere della lentezza, e tutto il tempo per riflettere sul treno come metafora del viaggio della vita.

Con il dito lungo la mappa

È questo infatti il rovescio della medaglia: chi s’immerge nel silenzio dell’oblio, e si mette in cammino insieme ai fantasmi di viaggiatori e controllori, rischia inevitabilmente di deragliare lungo i binari dei ricordi.
Quando vivevo in Umbria la mia casa si trovava su un’altura, a pochi metri in linea d’aria da un passaggio a livello. Le giornate erano inesorabilmente scandite dal fischio dei treni in corsa e dalle campane squillanti del varco.
E poi c’erano i viaggi. Prima dei chilometri macinati nella Centoventisetteblu ci sono stati i lunghi viaggi in treno: interminabili e indimenticabili viaggi, diurni e notturni, in cui abbiamo scorrazzato su e giù tra Italia e Europa. Ancora ho nel naso l’odore della tappezzeria di pelle marrone dei vecchi scompartimenti a sei posti, quelli in cui ci si accomodava come viaggiatori sconosciuti e da cui si usciva come una famiglia.

Ricordo che al ritorno imbracciavo un enorme atlante De Agostini, di quelli che facevano addormentare le gambe perché pesanti 10 kg, e col dito sulla cartina ripercorrevo il viaggio del mio treno ripensando ai paesaggi, alle stazioni, alle emozioni.
Oggi quali emozioni si provano in aeroporto? La cultura dell’alta velocità, e dell’arrivare prima, oltre ad aver seppellito le piccole stazioni, ha anche ucciso il piacere del viaggio.
Viaggio che, ancora adesso, io associo ostinatamente alla parola “treno”.

Trekking lungo i binari abbandonati della ferrovia del Vallo di Diano

Complici il silenzio e la bellezza del sentiero, le mie divagazioni mentali continuano.
Passo dopo passo, rifletto sui treni persi, le deviazioni, gli incidenti, le persone che sono salite con me e che sono scese in stazioni diverse dalla mia. Lasciandomi proseguire da sola.
Chissà dove dovrò scendere, chissà quale sarà la mia ultima stazione?

Basta, cerco di censurarmi, queste pippe mentali rischiano di farmi deragliare seriamente, e di farmi perdere tutta la bellezza selvaggia del Cilento!

Cilento a rilento

Ferrovia abbandonata nel Cilento

Sono in uno dei territori più affascinanti del Sud, la ferrovia per molti chilometri corre affiancata lungo il letto del fiume Tanagro, fiume che ha segnato la storia dell’intera valle.
È risaputo che gli insediamenti che sorgono intorno a un fiume, se da un lato hanno una marcia in più, dall’altro devono fare i conti con i tumulti capricciosi delle sue acque.
Capricci che l’uomo ha sempre tentato di assoggettare, imbrigliandone l’impeto per scopi agricoli, commerciali e soprattutto sanitari.

Dagli antichi romani ai regnanti borbonici, in tanti hanno investito risorse e uomini su questo territorio, ma è dopo le grandiose opere di bonifica del Ventennio fascista che lo sviluppo decolla.

Oggi il Tanagro è un fiume tranquillo che non esonda e non si impaluda più, e i tempi in cui infestava di malaria tutta la valle, sembrano ormai lontanissimi.
In molti punti si ingrotta, e scorrendo nelle viscere delle montagne, regala ai visitatori delle Grotte di Pertosa un incredibile tratto navigabile sotterraneo.

Insomma, oggi è bello e buono, ma in passato ha creato non pochi problemi al Vallo di Diano.
È così, che lungo il cammino sulla ferrovia abbandonata, m’imbatto in un edificio tanto affascinante quanto inquietante: la casa sulla diga nel Fossato di Maltempo.

L’edificio oggi è abbandonato, ma agli inizi del secolo scorso era abitato dal guardiano della chiusa, mestiere romantico quasi come quello del guardiano di un faro.
A prima vista sembrerebbe un luogo pacifico, bucolico, e dalla lirica tanto potente… eppure non mi piace, è tutto tranne che idilliaco.

L’esplorazione è breve e travagliata: sopravvivo a rovi, insetti enormi, pipistrelli (che in tempi di Covid è meglio non importunare), e inquietanti graffi sulle porte. Una vocina mi suggerisce di andare via.
Una vocina che mi parla di cose più grandi di me: l’immobilità e il silenzio delle rovine si scontrano con il dinamismo e con il rombo delle acque che scorrono lì sotto, come un’eterna lotta della morte contro la vita. Sì, me la svigno a gambe levate!

Riprendo il mio cammino lungo le rotaie arrugginite superando piccoli ponticelli in ferro e caselli nascosti e ormai dimenticati. Il Tanagro in questo tratto scorre lentamente, mi pare più tranquillo, e il placido rumore delle sue acque finalmente lascia in pace i miei pensieri.
Lo sguardo si perde sulle alture, sui borghi arroccati, sulla maestosità della valle. È una poesia, un vero piacere per gli occhi.

Ma ai viaggiatori più attenti, i paesaggi hanno sempre qualcosa in più da raccontare.
Oltre la valle, oltre i profili delle città accarezzate dai binari, c’è una presenza che incombe da protagonista, una presenza scontata ma nascosta, mimetizzata ma assai più grande: il lavoro dell’uomo.
Un lavoro immane che in secoli ha dominato la natura regimentando la furia dell’acqua, scavando gallerie capaci di reggere le montagne, pur senza deturpare l’incanto del paesaggio.

Ma all’uomo basta un attimo per demolire la sua gloriosa immagine di dominatore gentile.
Pochi passi più tardi infatti, il cuore mi si stringe per la tristezza.

Cessi che cessano di avere un senso

La scorgo da lontano, abbandonata, isolata, offesa.
Ecco un colosso capace di affrontare gole, montagne, e di oltrepassare i confini per condurre il Sud fuori dal secolare isolamento. Ed ora è solo un treno che nessuno aspetta più.

Come si può fare uno sgarbo a una Signora come questa?
Ai treni dobbiamo tutto, dallo sviluppo economico all’unità territoriale. Perfino il linguaggio comune deve qualcosa al mondo ferroviario: non siamo soliti esclamare espressioni come “non uscire dai binari”, quel tipo “sbuffa come una locomotiva”, “vedere la luce in fondo al tunnel”, oppure “biglietto di sola andata”?

Eppure questa locotender a vapore 835-205 è ferma qui dal maggio del 1987.
Avrebbe dovuto essere monumentata nel cortile di una scuola, ma hanno preferito abbandonarla miseramente sui vecchi binari.
Sarà tutta la bellezza del Cilento che ancora ho negli occhi, ma mi costringo a vederci il lato positivo, forse è stata volutamente lasciata a morire “nel suo letto”, come un estremo atto di pietà.

E infatti, a ben guardarla, sembra solo addormentata.
Chissà cosa sogna una locomotiva?

Alle stazioni non è andata meglio. Grate e recinzioni deturpano orrendamente le belle facciate, alcune delle quali ancora con i nomi delle fermate scritte con i font del Novecento.
Mi convinco che sia per il loro “bene”, altrimenti sarebbero preda di vandali e senzatetto.
Sono molte le stazioni abbandonate e mortificate che ho incontrato lungo il tracciato, eppure è incredibile, riesco ancora a subirne il sortilegio.

Le stazioni sono uno dei pochi luoghi magici rimasti al mondo. Prima degli aeroporti, prima di tutti gli Autogrill, e finanche prima di una banchina portuale, le stazioni sono le madri di tutti i viaggi perché incarnano l’essenza del confine attraversato.
E una stazione abbandonata è ancora più magica perché è speciale: è piena di ricordi, degli echi degli addii, di tracce strappate di biglietti per viaggi brevi, o per destinazioni finali.

Il capolinea

Diverse ore, diverse stazioni, diversi chilometri più tardi, eccomi alla fine di questa triste sequenza di abbandono.
La stazione di Lagonegro era il capolinea della Ferrovia del Vallo di Diano, l’ultima perla di un tracciato che ha regalato ai passeggeri del secolo scorso un viaggio incantevole.

Ora, vista dall’alto, la ferrovia abbandonata potrebbe sembrare un lungo nastro svolto, strappato e stropicciato, in attesa forse della sforbiciata finale.
Fissando il capolinea ormai malandato e fagocitato dall’erbaccia, mi domando: “Tutto qui, dunque?” Il mio flusso di pensieri ha travolto una diga, affrontato chilometri, incontrato fantasmi di viaggiatori e ferrovieri per poi arrestarsi quassù, su un binario morto?

E invece a ben guardare si apre un bivio… un grande classico!
Sepolta dalla vegetazione c’è una grossa piattaforma girevole, di quelle un tempo usate per instradare le locomotive su altri tronconi, o semplicemente per invertirne il senso di marcia.

Che sia un invito a tornare sui miei passi?
Negativo, indietro non si torna.

Stanca e provata mi guardo intorno. Il panorama si perde sulla valle, e lo sguardo vola su quel viadotto dall’aspetto così sinistro e minaccioso.

Il Viadotto Serra, o “ponte spezzato”, è stato inaugurato nel 1915 e chiuso nel 1955. Uno strano fenomeno franoso lo ha fatto spezzare, proiettando incredibilmente una campata verso l’alto.
È anche noto come “ponte dello studente” per via del suicidio di un giovane universitario ritrovato morto ai piedi dei suoi piloni.

Morto, come il binario che sto fissando. E mortale, come il gelido alito di vento che mi sorprende nella torrida calura pomeridiana.
È una folata fredda, micidiale, e carica di odore di creosoto. Da dove viene?

Mi volto e laggiù, parzialmente nascosto dagli alberi, c’è l’ingresso di una galleria. E chi l’aveva vista?
È molto lunga, i binari spariscono nell’oscurità e c’è un intenso, atavico ed esaltante profumo di treno che m’irretisce.

Prima di aprire gli occhi, prima di udire, prima di toccare e gustare qualunque qualcosa, è l’olfatto ad aprire le danze dello sviluppo sensoriale. Ed è anche il senso più importante. Non agiamo forse inconsapevolmente in base agli stimoli dei recettori olfattivi? Non c’innamoriamo grazie al meccanismo innescato dalle molecole dei feromoni?
È sempre e tutta una questione di chimica.

L’odore fortissimo sprigionato dalle traversine mi attrae, io entro. Quale pericolo potrà mai celare l’eau de train che ti seduce nell’oscurità di una galleria abbandonata?

A volte la vita ti chiede atti di coraggio immensi. Ti pone di fronte a un bivio, ti conduce all’imbocco di un insidioso tunnel, ti costringe di attraversare un ponte malfermo.
Oppure ti scaraventa senza pietà davanti a un binario [apparentemente] morto.
E che si fa in questi casi? Si accetta con rassegnazione il proprio tracciato? Si scende diligentemente al capolinea stampato sul biglietto del destino?

No, l’ultima stazione non è mai l’ultima stazione, esiste sempre un altro binario sepolto da qualche parte. Basta trovarlo e seguirlo.
Io il mio l’ho trovato. È lì che attende che io faccia il biglietto, il biglietto per un nuovo e ardito viaggio.

Ma questa, è un’altra storia.

Galleria abbandonata sulla ferrovia Sicignano Lagonegro

 Fare trekking lungo una ferrovia abbandonata: informazioni utili

  • In tutta Italia si censiscono oltre 7.000 chilometri di binari dismessi. Ma il fascino del treno è tale che negli anni sono sempre di più le ferrovie abbandonate che rinascono e si trasformano in tracciati perfetti per fare trekking. Ecco un utile database delle ferrovie abbandonate suddiviso per regioni.
  • Molte vie ferrate presentano il sedime ancora armato (binari e traversine ancora installati), dunque è d’obbligo l’uso di scarponcini da trekking alti e con suola robusta. Munitevi anche di una torcia per attraversare le gallerie e per esplorare i caselli abbandonati. Sul portale di comparazione prezzi idealo sono acquistabili diversi accessori come GPS e attrezzature outdoor utilissime al caso.
  • Un trekking lungo una ferrovia abbandonata richiede moltissime ore di cammino su sentieri privi di punti ristoro e lontani dai centri abitati: nello zaino sono necessari tanta acqua e snack.
  • L’autunno e la fine dell’inverno sono i periodi più indicati perché la vegetazione è meno rigogliosa e meno infestante, inoltre insetti e rettili sono a nanna.
  • In caso subentri la stanchezza, è consigliabile usufruire dei mezzi pubblici locali per saltare da una tappa all’altra.
  • Se non vi sentite sicuri ad affrontare il lungo tragitto di una ferrovia abbandonata in solitaria, c’è la possibilità di compiere un trekking ferroviario in compagnia di altri viaggiatori. Ogni anno si celebra la Giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate, per i calendari dei trekking basta tenere d’occhio le sezioni del CAI della vostra città, oppure il sito del Touring Club Italiano.

Trekking lungo un binario abbandonato

Reportage fotografico lungo la ferrovia abbandonata Sicignano-Lagonegro realizzato senza violare divieti e nel pieno rispetto dello stato di fatto.
Ho lasciando solo impronte, ho prelevato solo immagini.

18 comments

  1. Mi sono venute in mente tante cose mentre leggevo e spero di ricordarmele tutte! Innanzitutto complimenti per le foto che mostrano un paesaggio davvero stupendo: chissà come doveva essere bello osservarlo dai finestrini di un treno. Quelli erano viaggi che ti davano davvero l’idea dello spostamento e del cambiamento del paesaggio, più ancora che in macchina, dove comunque non riesco mai a rilassarmi completamente anche se non devo guidare.
    Poi la casa sulla diga: un altro posto misterioso da brividi! Non ho avuto il coraggio di ingrandire la foto, ma quella cosa nera è una macchia di umidità sul soffitto o sono proprio i pipistrelli di cui parli? Spero vivamente nella macchia! Agli insetti non voglio nemmeno pensare. E poi quel ponte che è un altro scenario di cose inquietanti: io pensavo che fosse crollata una campata e non che una delle due si fosse sollevata!
    Tra l’altro, anche qui dalle mie parti c’è una tratta ferroviaria abbandonata. Si tratta della Bra-Bastia-Ceva che se ricordo bene è rimasta inutilizzata dall’alluvione del ’94. Una tratta passa vicino a casa mia e guidando lungo la strada di fondovalle è possibile vedere ancora i vecchi edifici delle stazioni. Chissà se come te avrò il coraggio di esplorarne una parte un giorno?
    Buon weekend

    1. Purtroppo sì, Silvia, era proprio un impressionante grappolo di pipistrelli. Per colpa loro non ho potuto esplorare il resto della casa. Quando si sono accorti di me hanno cominciato a svolazzare ovunque! Erano tantissimi e con un’apertura alare tipo condor 😛 Anche gli insetti erano incredibili, diciamo che di questi tempi non è una buona idea introdursi nei ruderi, molto meglio l’inverno perché sono meno “popolati”. Il ponte spezzato mi è rimasto qua, avrei dovuto raggiungerlo, ma entrambe le gallerie per accedervi erano state murate per sicurezza (giustamente). Ma io non mi arrendo!
      Caspita, ma tu hai un tesoro di storie vicino casa allora! Vado subito ad esplorare quella tratta virtualmente sulle mappe 😉
      Grazie mille per aver viaggiato insieme a me, Silvia, e buon fine settimana :**

  2. Qualche anno fa ho fatto un trekking su una ferrovia abbandonata, non ricordo più quale. Si poteva fare pure in bici.
    Bella questa tratta, specialmente il tunnel.

    1. Sì, il nostro Paese ci regala paesaggi bellissimi, e le ferrovie spesso attraversano proprio i tratti più belli.
      Che dire, ferrovia + fattore Urbex… per me è stato un bel viaggio, da ripetere se possibile anche in inverno.
      Grazie per essere passato, Daniele.

        1. Sono andata a guardare, quanta bellezza! Ci sono immagini di gallerie, caselli e ponti meravigliosi (soprattutto quel viadotto con le travi in ferro)!
          Grazie per la testimonianza.

    1. Ti ringrazio! La natura ha fatto di tutto per ingentilire questa decadenza, io l’ho solo inseguita e fotografata 🙂

  3. Mi hai fatto venire il magone facendomi viaggiare “lungo i binari dei ricordi” (bellissima questa frase); dei miei ricordi. Il treno suscita in me forti emozioni: dolore, divertimento, avventura, desiderio, speranza. Ogni sentimento legato a specifici momenti della mia vita, tutti vissuti intensamente. Soffermandomi sui viaggi, è grazie al treno che ho fatto il mio primo viaggio, un interrail in giro per l’Europa. Il colpo più duro l’ho avvertito quando ho visto la foto della locomotiva abbandonata. Non critico l’averla lasciata riposare sui binari, ne critico solo il suo abbandono. Meglio renderla visitabile sul posto che vederla in una piazza come una giostra dei divertimenti. Ciò che hai realizzato è un viaggio meraviglioso nel tempo che mi ha aperto gli occhi su questo particolare mondo a me sconosciuto. Si, certo sono a conoscenza della presenza di molte tratte dismesse, ma mai ho preso in considerazione di visitare. Vado subito a consultare l’archivio. Grazie Dany

    1. Grazie a te Fausto, ognuno di noi ha un legame molto stretto con i binari: chi li usa da pendolare, chi per ricongiungersi con i propri cari o per raggiungere il proprio amore, c’è chi nelle stazioni ci dorme e ne ha fatto la propria casa, e chi invece sceglie i binari come letto di morte 🙁 La locomotrice almeno è stata ridipinta, ho visto immagini di qualche anno fa in cui versava in uno stato pietoso… cadeva a pezzi ed era completamente arrugginita. Era un viaggio che dovevo fare, mi sentivo di rendere un doveroso omaggio a questa tratta dimenticata ma bellissima. Conto di tornarci in inverno perché in molti caselli non mi sono potuta intrufolare a causa della giungla! 😀
      Grazie ancora e buona domenica! 🙂

  4. Questo articolo è queste foto mi ricordano molto le storie di fantasmi dei treni. Un episodio di Lucky Luke con Terence Hill, il treno sotterraneo nel secondo Ghostbusters ma soprattutto il binario abbandonato di Ritorno al Futuro 3 con Marty che deve tornare nel presente. Questi tuoi scatti mi hanno fatto viaggiare nel tempo e nel cinema. Confesso inoktre che ho sempre avuto un debole per i treni e visitare questi luoghi mi farebbe piacere. Intanto l’ho fatto col tuo articolo.

    1. E vorresti cavartela così? Prego esibisca il biglietto! 😛
      Grazie Luca, e buona domenica! 😉

  5. Cara Daniela, giungo tardi ma sono un po’ lontana dal mondo in questo periodo. C’è molto di più di urbex nel tuo racconto. C’è la poesia dei viaggi di un tempo, quelli vissuti più lentamente, dove ti immergevi nel territorio e nei suoi panorami. Dove imparavi i nomi dei paesi e delle città che incontravi mentre il treno ti portava a destinazione. Forse il più affascinante dei mezzi di trasporto il treno. Sarà un caso che ancora oggi nelle stazioni continua la tradizione di genitori e nonni che portano i bimbi a scoprire la magia di questi enormi mezzi?
    Come lasciare in totale stato di abbandono quella splendida locomotiva? Un pezzo di storia che merita un museo, che merita di far sognare tanti nuovi giovani viaggiatori!

    1. Grazie per le splendide parole Simona 🙂
      È vero, potrebbe essere una grande idea: da ex mezzo di trasporto a mezzo educativo per i giovani viaggiatori di domani. Se la generazione low cost sapesse quanto sia educativo un viaggio in treno, ma quello vero… non quello in versione alta velocità! Si apprezzerebbe di più la geografia, il paesaggio, il passato, il piacere di riflettere lentamente. Se avessi a disposizione tempo e denaro, mi regalerei un biglietto per viaggiare sulla Transiberiana! E soprattutto se avessi denaro (ma taaanto denaro), un biglietto per l’Orient Express. Mi accontenterei anche di vederlo soltanto dall’esterno! 😉
      Grazie di cuore!

      1. Cara Orsa,
        Viaggiamo ancora una volta sullo stesso binario.
        Quello in treno è un viaggio che si svela pian piano e ti lascia il tempo di afferrarlo e sentirlo. È il piacere sottile di vedere scorrere i luoghi e farli tuoi sulla cartina, appropiarti di quel pezzo di mappa, capirla un po’ di più. Magari con un vecchio atlante o una cartina geografica sbiadita…

        1. È proprio come dici tu, volare tra le nuvole è stata un’enorme conquista per un viaggiatore, ma attraversare interi Paesi sulle rotaie vuol dire proprio “fare tuo” il viaggio, pregustarlo all’andata e fissarlo nella mente al ritorno. W i treni! 🙂
          Grazie Benedetta!

  6. Sarei rimasta giorni e giorni a consultare tutti quei documenti impolverati <3 che magnifico. Sarebbe ottimo trasformarlo in un piccolo museo. Proprio in questi giorni sto organizzando una visita al più grande museo ferroviario del Portogallo. 😉

    1. Infatti mi ci sono soffermata non poco, ho spulciato tra le vecchie carte, documenti, libri e giornali lasciati nei dormitori dei ferrovieri. Sarebbe un’idea grandiosa farne un museo, però è ormai tutto ammalorato. Sono curiosa, ti aspetto sul tuo blog! 😉

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