Nella Casa dei sette omicidi: cento anni fa il delitto più atroce del Novecento

La casa dei sette omicidi

C’è stato un tempo in cui sono stata felice.
Era il 1922, l’alba di un fiorente momento storico, ed io allora ero la più bella, la più ammirata tra i campi, la più ambita.

I fronti della Grande Guerra ormai tacevano da tempo, le trincee spente, e i giovani italiani rientrati tra le braccia delle proprie donne, e tra le assolate terre del Mezzogiorno.
Io ho dato ospitalità a uno di loro. Rosario, si chiamava.
Rosario, marito devoto di Pasqualina, e padre di Giovanni, Giuseppe e della piccola Antonia, un anno appena. Con loro c’era anche la bella Caterina, aiuto prezioso, e seconda in comando nel badare ai tre piccoli futuri coloni. Erano meravigliosi, non avrei potuto volere persone più amabili intorno a me.

Quella sera, dopo cena, la famiglia s’intrattenne più del solito dinanzi al focolare, come se lo avessero sentito che sarebbe stata l’ultima volta insieme.

Quando i grossi ciocchi divennero ormai brace, Donna Pasqualina, decisa a ritirarsi nelle sue stanze, avvolse la piccola Antonia nello scialle di lana.“Ti aspettiamo di sopra”, disse baciando la fronte di Rosario.
Poi la sua figura rischiarata dalla lampada a petrolio, scomparve lentamente su per le scale. Rosario le sorrise, e accese il suo ultimo sigaro prima di raggiungerla.

Fu l’ultima volta che li vidi in vita. Nel buio di quella gelida notte, un abisso infernale si spalancò sotto di noi: il Diavolo in persona venne a reclamare il sangue di sette anime.

Rosario fu il primo a cadere sotto i colpi della mannaia. Ricordo la sua povera testa tenuta al collo da un sottile lembo di pelle.
A Caterina, la bella Caterina, toccarono tremendi fendenti che le aprirono il volto. Ah, i suoi delicati lineamenti… devastati!
Poi fu la volta dei piccoli Giuseppe e Giovanni, dilaniati e fatti a pezzi nel sonno.
E per ultima Donna Pasqualina.

Pasqualina, la giovane madre che in una sola notte perse tutto, lottò come una leonessa per proteggere la piccola Antonia. La troveranno con il torace squartato, e con le braccia strette intorno al suo ventre. Dentro di lei c’era una quarta creatura in arrivo.

Quanto a me, a me il destino riservò un disegno assai più crudele: vederli morire, invecchiare, ed essere ancora qui, sporca del loro sangue. Io, che avrei dovuto proteggerli, dargli un tetto sicuro. Invece sono morti a causa mia.

Quella notte del 24 gennaio del 1922, io ho visto e sentito tutto, ma non ho potuto far niente.
Proprio io, la Signora dei campi, la più grande, la più bella.
Sono passati cento anni, cento anni in solitudine e abbandono, e ancora oggi i paesani mi guardano con raccapriccio.
Perché io da quella notte sono la casa degli orrori, la Casa dei sette omicidi.

Mannaia d'epoca

A 2 Km dalla casa colonica c’è un piccolo museo della civiltà contadina. Chissà se tra queste teche…

Memorie di una casa degli orrori

Il 24 gennaio del 2022 saranno passati esattamente cento anni da quello che i giornali dell’epoca definirono come il fatto di cronaca nera più atroce del secolo.
Da allora, l’imponente casa colonica non ha mai più ospitato fattori, coloni, lavoranti. E soprattutto, le sue mura non hanno mai più visto né donne né bambini.
Eppure non mi sembra così ammalorata. Il tetto è ancora integro, e nessuna lesione mina la sua stabilità, tanto che recentemente un grosso immobiliarista l’ha acquistata per farne probabilmente un hotel di lusso.

Chissà se prima di acquisirla avrà fatto un sopralluogo? Pare che le tracce dell’orrore di quella notte siano sopravvissute al tempo e all’abbandono.
In paese si rincorrono voci di impronte di mani insanguinate sulle pareti, e di sconvolgenti scie di sangue impresse sui pavimenti.

Quale esplorazione emozionante sarebbe stata: una storia truce da raccontare, accompagnata da un sensazionale reportage fotografico da mostrare con vanto.
O con vergogna?

Ho cercato, trovato e raggiunto la Casa dei sette omicidi in un’infernale giornata di giugno, ma ho deciso di non entrarci.
Questo non è Urbex, mi sono detta, ma un’esplorazione ai limiti dello sciacallaggio, seppure a cento anni di distanza da quella tragica notte.

Casa dei sette omicidi

Eccola qui. Sorprendentemente (ma forse neanche tanto) la casa non è interdetta: non presenta barriere insormontabili, non ci sono mura impossibili, non ci sono rovi a sbarrare l’accesso ai curiosi, o agli improvvisati esploratori della domenica.
Niente di niente a proteggere l’orrenda scena del crimine sopravvissuta nei decenni.

Ma forse non c’è mai stato bisogno di tenere lontano nessuno. La maestosa casa colonica ha un aspetto che scoraggerebbe chiunque.
Non siamo nella Londra vittoriana di Jack lo squartatore, eppure questo posto ha trovato ugualmente la sua bella nebbia, tanto scenografica quanto cupa e angosciante.
Nonostante la giornata sia dannatamente priva di qualsiasi alito di vento, a intervalli regolari ho visto polveroni immensi alzarsi da terra, senza ragione apparente.
Forse “la Casa” non vuole proprio essere guardata…

Casa colonica abbandonata

Va bene, m’intrattengo solo per pochi minuti, e lascio che “lei” mi racconti le sue memorie da lontano.

Poi con compostezza, e rispetto reverenziale nei confronti di sette vite spezzate in modo cruento, decido di andare via e raggiungere il vecchio cimitero su al paese.
Lassù c’è una piccola tomba comune, e vorrei tanto rendere il mio umile e doveroso omaggio al luogo in cui riposano le spoglie di Rosario e della sua famiglia.

Nella Casa dei sette omicidi i morti furono sei!

Il cimitero è piccolo, raccolto, e con una vista consolatrice che spazia dalla valle fino al mare.
Non è difficile individuare la lapide monumentale: eccoli Rosario, Pasqualina, Caterina, i bambini Giuseppe e Giovanni.
E Antonia? La piccola Antonia che mamma Pasqualina avvolse nel suo scialle di lana?

Lapide commemorativa vittime della Casa dei sette omicidi

Antonia riposa sì in questo cimitero, ma con enorme stupore scopro che non morì quella notte!
Antonia è morta alla veneranda età di 97 anni, e ha raggiunto la sua famiglia solo nel 2017.
Pasqualina dunque ci è riuscita, ancora agonizzante per le orribili ferite, ha salvato la sua piccola Antonia infilandola chissà come nel forno rurale, nell’estremo tentativo di nasconderla a una sconosciuta furia assassina.
Tra sgomento e sollievo, i Regi Carabinieri ritrovarono la piccola Antonia ferita, con un chiodo piantato in testa (!!), ma ancora viva. Viva e avvolta nel suo scialle di lana sporco di cenere.

La storia di Antonia ha dell’incredibile, ma non solo per quello che le è accaduto. Antonia ha vissuto la sua vita dimenticando caparbiamente la sua condizione di superstite, e conducendo un’esistenza all’insegna del perdono e della ferma volontà di non diffondere alcun sentimento d’odio nei confronti dei discendenti dei carnefici. Discendenti che ancora oggi vivono in paese, e che “non hanno colpe”, come soleva affermare.
Cancellare e dimenticare sono le parole d’ordine imposte da una donna che ha saputo onorare fino alla fine dei suoi giorni il miracolo della sua salvezza.

Monumento funebre strage di

La memoria orale però è sopravvissuta e si è perpetrata, vuoi per la presenza del cippo monumentale nel cimitero, vuoi per lo stesso rudere, ormai conosciuto da tutti come la Casa de sette omicidi. Eppure, per volontà di Antonia, nessun giornalista, nessuno storico locale ha mai messo nero su bianco questi tragici eventi sotto forma d’intervista.

E neanche io farò cognomi, né rivelerò nomi di paesi e località.

Una cosa però posso raccontarla. Ci fu un processo, ci furono condanne, e per qualche strano scherzo del destino scopro di aver esplorato due delle strutture carcerarie abbandonate in cui il mandante ha soggiornato durante la sua pena.

La casa dei sette omicidi articolo d'epoca

In un articolo dell’epoca, firmato dall’allora giornalista Giacomo Matteotti, si apprende l’epilogo di questa vicenda così drammatica.
Le indagini dei RR. CC. portarono all’arresto di due assassini materiali e un mandante, tutti condannati all’ergastolo con l’accusa di infanticidio e omicidio plurimo.
Sei anime “da mano assassina e feroce, tratte barbaramente a morte”, sono state uccise per futili motivi legati all’assegnazione del podere! Morti in quella casa, per colpa di quella casa.

Eppure Antonia ha condotto una vita esemplare, dimenticando la sua tragedia, e proteggendo fino alla morte figli, nipoti e pronipoti dei colpevoli.
È talmente riuscita in questo intento così elevato e nobile, che le famiglie si sono incrociate grazie ad un matrimonio contratto tra i discendenti di vittime e carnefici.

Come avrei potuto fare questo ad Antonia? Come avrei potuto profanare un abisso infernale per scattare qualche foto nella vecchia casa colonica?
E allo stesso modo, spero che l’immobiliarista ci ripensi, e non trasformi questo luogo di dolore in una fonte di svago e spensieratezza.

Vecchio cimitero di paese

23 comments

  1. Se da un lato è un peccato che una struttura così bella vada in rovina, dall’altro non mi piace nemmeno l’idea dell’albergo, perché magari poi finirebbe per attirare tanti “dark tourists” e non sarebbe rispettoso nei confronti di quelle persone che sono state uccise tra le mira della casa. Una storia agghiacciante: come si fa a uccidere così, a sangue freddo, una famiglia intera, senza fermarsi nemmeno davanti ai bambini? Davvero encomiabile l’atteggiamento di Antonia, ed è quasi come se il suo comportamento e quello della casa fossero simili nel tenere le persone lontane dal loro passato.

    1. Proprio così, ho letto che c’è un vero e proprio filone turistico dei luoghi in cui sono stati commessi delitti efferati: la gente si parte per andare a fotografare le varie case di Cogne, di Perugia (Amanda Knox), la casa di Erba di Olindo e Rosa ecc ecc. La cosa più brutta è vedere i selfie! La colpa secondo me è dei vari programmi televisivi d’approfondimento, sono talmente morbosi e così alla ricerca dell’elemento sensazionalistico, che agiscono quasi da “influencer”. Per non parlare poi della pratica giornalistica di assediare letteralmente gli edifici in cui sono stati commessi dei crimini, io la trovo veramente antipatica e scorretta, molti giornalisti se le meritano proprio le mazzate!
      Detto questo, se proprio vogliono farne un albergo, spero tanto che si assicurino di buttare nell’oblio il passato di questo casale, almeno le persone ci soggiornerebbero inconsapevolmente.
      Anche io ho voluto vederci una sorta di “allineamento” tra Antonia e la casa… vengono veramente i brividi. Ad ogni modo, oggi riposano tutti in pace.
      Grazie per la lettura, Silvia! Buona domenica! 🙂

  2. Che descrizione. Sembra di assistere all’orrenda scena. Certo, acquistare il fabbricato per farci un hotel di lusso; l’acquirente avrà fatto i conti con i fantasmi? Riposano in pace da molto tempo e verranno infastiditi prima dai lavori e dopo dalla presenza di turisti in cerca di avventure al limite. Magari potrebbe essere l’inizio di nuove storie di horror. Io non ci soggiornerei nemmeno gratis. È alquanto singolare che tu abbia visitato gli istituti dove furono rinchiusi gli artefici dei delitti; è come se avessi chiuso un anello

    1. Povera famiglia, che fine orribile!
      Una coincidenza stranissima, quando l’ho scoperto anch’io ho pensato la stessa cosa. Uno è il carcere abbandonato di Salerno, l’altro quello di Aversa, che in realtà era un ex ospedale psichiatrico giudiziario, anche quello in totale abbandono.
      Secondo me per l’operazione immobiliare hanno aspettato che morisse Antonia, glielo dovevano cavolo… almeno quello! Per il momento comunque ancora niente cantieri, spero che ci ripensino.
      Grazie per la lettura Fausto!

        1. Ho visto, e a caro prezzo pure! Spero che il fine della visita sia contemplare i resti di un’imbarcazione così grandiosa… e non la tomba di migliaia di persone 🙁

  3. Una storia terribile ancor più per i futili motivi che l’hanno scatenata.
    Brava nel raccontarla. Secca, asciutta, eppure coinvolgente. E con il dovuto rispetto.

    1. Ti ringrazio Benedetta!
      È una cosa che sconvolge ancora oggi (con tutto quello a cui ci ha abituati la cronaca nera), figuriamoci all’epoca.
      Non sono voluta entrare non ci ho pensato due volte, però non nego che Antonia l’avrei voluta tanto conoscere, ma solo per vedere che sguardo avesse il perdono. Grazie ancora 🙂

  4. Pelle d’oca quando ha rivelato di Antonia. Ma come matrimonio tra discendenti di vittime e carnefice? :O Non ci posso credere. Incredibile questa tua scoperta. Dovresti pensare a scrivere un libro (o una guida), secondo me c’è mercato e potresti chiedere aiuto ai comuni. 😉

    1. Eh il libro già c’è! L’ho letto tutto d’un fiato proprio la sera prima di partire alla ricerca della casa colonica. Questa brutta storia è stata già romanzata, infatti l’autore ha voluto inventare i nomi dei protagonisti, essendo egli stesso un discendente del presunto mandante (presunto perché rileggendo gli atti processuali parrebbe proprio essere innocente). È proprio l’autore di questo romanzo ad aver contratto matrimonio con una donna imparentata con Pasqualina! Che storia! Antonia è stata una grande donna, in paese la ricordano tutti come una figura forte e dolce allo stesso tempo.
      Grazie Lilly, buona domenica 🙂

  5. Mi stavo perdendo questo splendido articolo che già nel primo paragrafo mi ha fatto sentire parte degli eventi. Che meravigliosa scrittrice che sei. E sei una bellissima persona perchè hai preferito non profanare quel luogo che di sofferenza ne ha vista. Non conoscevo questa storia. Incuriosita ho cercato in rete. Nel 2018 pare volessero metterla in vendita. Sai cosa ne è stato?
    Antonia, che splendida persona. Aveva tutti i motivi per urlare al mondo la sua storia e mettere alla gogna le famiglie dei suoi assassini, ma non ha voluto renderli vittime come lei.
    Grazie per questo articolo.

    1. Non ho avuto il cuore di entrare. Grazie a te Simona, sempre prodiga di complimenti 🙂
      La compravendita c’è stata, è avvenuta qualche anno fa, ma fino al mese scorso i luoghi erano deserti e silenziosi. Tra le ipotesi ventilate si parlava di farne un residence o addirittura un resort, vista la vicinanza alla Statale e alle principali mete turistiche del Cilento. Al momento non ci sono lavori, tutto tace, come lo stesso odio messo a tacere da Antonia.
      Grazie ancora!

        1. La penso esattamente come te, cento anni sembrano così tanti, eppure sono ancora troppo pochi per pensare solo di toccarla quella casa 🙁

  6. Spero anche io che non diventi un volgare albergo. Meglio un museo o che venga restaurata e adibita alla cultura.
    Interessante anche che ne abbia parlato Matteotti: e anche fatale, visto che parla del più feroce delitto del secolo…

    1. Già, fa impressione il pensiero che verrà assassinato a soli due anni dalla pubblicazione di questo quotidiano.
      Se proprio si deve, io tifo per una masseria, un luogo di lavoro, lo considero un modo per rispettare la memoria e la vocazione agricola di questo posto.
      Grazie, Daniele.

  7. Sei bravissima a scovare luoghi che hanno alle spalle un fardello pesante da sopportare e ancor più brava a raccontarli! Appoggio il commento poco sopra, dovresti raccogliere i tuoi racconti in un libro!

    1. Grazie mille Serena, detto da te è un signor complimento 🙂
      Ho una cartina della Campania piena zeppa di punti segnati come “sensibili”: piano piano e appena rinfresca indosserò nuovamente i miei anfibi tattici 😛
      Grazie ancora!

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