Fantasmi in trincea: miti e leggende della Grande Guerra

Resti trincea Prima Guerra Mondiale sulle Dolomiti

La morte è la morte. È inaccettabile, è ingiusta, fa orrore. Eppure esiste un luogo in cui la morte sa essere ancora più orribile, più atroce.
Questo luogo si chiama no man’s land, la terra di nessuno.

La terra di nessuno è un lembo (e un limbo) di superficie tanto ambita quanto temuta da entrambi gli eserciti schierati nelle proprie trincee.
È quel luogo degli orrori dove fumo, agonia e decomposizione sono tenuti insieme da un groviglio di filo spinato.
Anche l’odio prova pietà per se stesso nella terra di nessuno, e non c’è posto peggiore di questo per esibire la condizione umana più folle e maledetta.

È proprio qui, nell’incubo infernale dei campi di battaglia, che la morte beffarda servendosi della psiche provata dei soldati, ha partorito nuove vite, quelle dei fantasmi in trincea. Esseri, visioni e suggestioni che da soldato a ufficiale, da barelliere a corrispondente, sono passati di voce in voce fino ai giorni nostri, diventando leggende della Grande Guerra.

Resti trincee Prima Guerra Mondiale sulle Dolomiti

Direttamente dalla terra di nessuno, ecco alcuni tra i più conosciuti miti della Prima Guerra Mondiale:

I disertori cannibali

Come può una leggenda di guerra essere ancora più orribile della guerra stessa?
Eppure è possibile. Basta evocare l’immagine di un branco di bruti selvaggi che dilaniano a morsi il corpo di un Caduto sul campo di battaglia.

I Wild Deserters, i disertori cannibali, erano il terrore della terra di nessuno, si dice che i soldati li temessero più del nemico stesso.
Inizialmente composti da un manipolo di uomini, e successivamente diventati un vero e proprio reggimento, erano una sorta di armata delle tenebre composta da disertori britannici, francesi, tedeschi, italiani e austriaci.

Una Legione di predoni primitivi, divisi dalla bandiera, ma uniti dal paradossale legame dell’orrore.
Si nascondevano sotto terra, nelle trincee abbandonate, ed emergevano col favore della notte per attaccare i soldati e depredarli di stivali, armi… e delle carni!
Queste belve banchettavano con la carne dei morti e dei Caduti ancora agonizzanti.

Sono tantissimi i diari in cui i soldati raccontano di questi bruti pallidi e sfregiati che uccidevano senza combattere dalla parte di nessuno, se non la propria.
Molti di questi racconti parlano di grida disumane e di uomini scomparsi all’improvviso nel buio della notte.

I disertori cannibali appaiono per la prima volta in una memoria del 1918, in cui un soldato inglese di guardia ai margini della trincea, racconta di aver visto sparire con i propri occhi due dozzine di prigionieri tedeschi.
Svaniti nel nulla, come risucchiati dalla devastazione della terra di nessuno.

Nessun ufficiale impartì mai l’ordine di recuperare i prigionieri, né di cercare gli uomini scomparsi. Tutti erano a conoscenza del pericolo di lasciare le proprie trincee dopo il tramonto.

La leggenda dice che il Comando Alleato abbia scovato, arrestato e gasato tutti i predoni ribelli subito dopo l’armistizio.
Ma chi erano davvero i disertori cannibali?
Il fondo di verità in questa leggenda, che sembra perfetta per la sceneggiatura di un film dell’orrore, è proprio da ricercare nei disertori, uomini che rifiutarono di combattere formando un terzo esercito di non combattenti, ma di semplici sopravvissuti.

Dunque non un branco di bruti e selvaggi, ma uomini che ribellandosi agli ordini, diedero vita a una primordiale fratellanza europea.
Una leggenda che, se vista da un’altra prospettiva, s’innalza ben al di sopra degli orrori della guerra.

Gli angeli di Mons

La terra di nessuno non è stata solo il regno di esseri bruti mangiatori di carne umana. Certo, se la povera mente di un soldato partoriva creature demoniache, c’era anche chi al contrario vedeva gli angeli.
E i più famosi angeli della Grande Guerra sono senz’altro gli Angeli di Mons.

Mons è una piccola cittadina belga che fu teatro di un violentissimo scontro tra inglesi e tedeschi in un’afosa notte d’agosto.
È il 1914 quando l’inarrestabile avanzata tedesca miete vittime tra Belgio e Francia nord orientale.
Il corpo di spedizione britannico accorre in aiuto dei francesi, ma viene a sua volta travolto dai tedeschi, in vantaggio schiacciante di 21000 contro 4000.
L’armata teutonica è pronta per sferrare l’attacco finale quando all’improvviso, e senza ragioni comprensibili, i Generali interrompono l’offensiva, consentendo ai britannici di ripiegare fortunosamente a Parigi.

Cosa accade, perché i 21000 uomini tedeschi non annientano gli inglesi?
La leggenda narra di una Legione di spettri, una schiera luminosa di angeli da battaglia che, armati di strali di luce, coprì prodigiosamente la ritirata degli inglesi.
Furono in molti a cadere in preda all’isteria, in tantissimi affermarono di averli visti, giurando sul proprio onore di soldato.
Ovviamente il silenzio tra le fila teutoniche.

Quella degli Angeli di Mons è una storia di cui si perse completamente il controllo, e che passò da timida voce di trincea a potente arma di propaganda del governo britannico. Complice l’ingenuità, la scarsa cultura, e la presenza di numerosi cappellani di trincea, la schiera di arcieri fantasma divenne ufficialmente l’alleato divino che servì a vincere, e a risollevare lo spirito di truppa.

A dare valore alle visioni dei soldati, l’incredibile coincidenza di una battaglia svoltasi durante la Guerra dei cent’anni tra inglesi e francesi ad Azincourt, a circa un centinaio di chilometri da Mons.
I soldati hanno riconosciuto nella squadriglia di spettri evanescenti occorsi in loro aiuto, gli spiriti degli arcieri Caduti in quell’epica battaglia avvenuta 400 anni prima.

E come se non bastasse, a gettare benzina sul sacro fuoco della leggenda, l’articolo dello scrittore gallese Arthur Machen, inviato di guerra per l‘Evening News di Londra.
Machen era uno scrittore molto noto per i suoi racconti paranormali, e dovendo scrivere un articolo sulla battaglia di Mons, prese spunto non solo dalle voci di trincea, ma usò la sua arte narrativa che spaziava dal fantastico al sovrannaturale.

Il suo The Bowmen, pubblicato un mese dopo la ritirata di Mons, legittimò di fatto le visioni degli arcieri fantasma.
A quel punto le testimonianze si triplicarono, e le rassicurazioni dell’autore sullo stampo fantastico e “bufalesco” del suo racconto, non servirono a nulla anzi, gli Angeli di Mons furono celebrati definitivamente come i salvatori dell’esercito britannico.
E come dargli torto… quale soldato non si sentirebbe invincibile al pensiero di un esercito di angeli schierato al proprio fianco?

E la versione ufficiale?
Gli storici hanno liquidato l’agevole fuga dei britannici attribuendo all’esercito tedesco della semplice stanchezza!
Stanchezza dovuta a giorni e giorni di marce nel fango.
Nulla di angelico, soltanto una prodigiosa, pura e sovrannaturale stanchezza!

Le fabbriche di cadaveri

Per fortuna le leggende di guerra non scaturiscono soltanto dalle visioni di menti provate dalle brutture della terra di nessuno.
Molti miti sono da ricondurre alla propaganda, la stessa che ha usato gli Angeli di Mons per tenere alto il morale dei soldati.

Non è questo il caso. Qui, al contrario, si sono voluti accendere i riflettori sulle nefandezze di guerra commesse dagli eserciti nemici.
Alle parole cadaveri e fabbrica di sapone siamo soliti correre con la mente alle atrocità di Auschwitz, quando invece questa storia comincia già a circolare dal 1915.

Ma se nel caso di Auschwitz le mostruosità dei campi di concentramento sono orribile verità, qui è invece pura leggenda.
Oggi si definirebbe una fake news, ma durante la Prima Guerra Mondiale circolava voce dell’esistenza di una fabbrica tedesca specializzata nella produzione di sapone e glicerina ricavati da materie prime non ortodosse: cadaveri umani.

I giornali inglesi usarono questa bufala in modo molto cinico per diffondere la convinzione di dover fare assolutamente qualcosa per annientare i tedeschi cattivi.
L’obiettivo dell’Intelligence inglese, come confessato anni più tardi dagli stessi funzionari, era di convincere più Paesi possibile a entrare in guerra.

L’equivoco su cui gli inglesi “montarono a cavallo” nacque dal suono della parola kadaver della KVA – Kadaver Verwertungs Anstalt (Istituto riciclaggio carcasse), una fabbrica specializzata nella produzione di sapone, lubrificanti per armi e candele.
Il governo britannico giocò sporco sull’assonanza di kadaver con cadaver, ma nella lingua tedesca kadaver indica semplicemente carcasse di animali.

Kadaver che i tedeschi furono costretti a utilizzare a causa dell’embargo imposto con il blocco navale britannico durante le prime fasi della Grande Guerra. Le materie prime per realizzare lubrificanti, grassi e candele cominciarono a scarseggiare, costringendo le fabbriche teutoniche ad attingere dai corpi degli animali morti.

Ma chi di bufala ferisce, di bufala perisce!
Il Reich all’alba della Seconda Guerra Mondiale utilizzò questa vecchia storia a dimostrazione delle falsità costruite dai nemici inglesi.
A causa della leggenda delle fabbriche di cadaveri, le voci sui forni crematori e sulle procedure di sterminio della Shoah, non vennero prese sul serio nell’immediato.
L’orrore si scoprì tragicamente soltanto alla fine del conflitto.

Leggende della Grande Guerra: i mitraglieri incatenati

Il sangue dei Caduti era ancora caldo e fumante quando la terra di nessuno veniva battuta da una figura nel tempo divenuta un vero e proprio mestiere: il recuperante.
I recuperanti setacciavano le trincee alla ricerca di materiale bellico, e come moderni robivecchi, esploravano bunker e campi di battaglia alla ricerca di metallo, per poi rivenderlo come ferro vecchio.

Ancora oggi i recuperanti armati di metal detector perlustrano il Carso alla ricerca di cimeli di guerra. Ma se ora è una pratica per collezionisti e amanti della storia, all’epoca granate, elmetti, proiettili e schegge di artiglieria, potevano essere rivenduti per mettere insieme un tozzo di pane con un boccale di vino.

Uno dei ritrovamenti più ambiti era la mitragliatrice Schwarzlose, un glorioso pezzo di artiglieria austro-ungarica, utilizzata lungo tutto il fronte dell’Isonzo contro il nostro Regio Esercito.
Per un recuperante, dissotterrare una Schwarzlose, equivaleva a mettere insieme parecchi pranzi e parecchie cene!

A volte però, anzi, piuttosto spesso, capitava di rinvenire delle catene legate al treppiede della mitragliatrice.
E imprigionate alle maglie delle catene c’erano “cose”. A volte un piede. Altre uno stinco.
Tremenda e orribile la sorpresa dei recuperanti quando badilata dopo badilata, seguendo la catena, arrivavano a scoprire lo scheletro di un uomo, i poveri resti di un mitragliere austro-ungarico legato alla propria arma fino alla morte.

Anche questa è una leggenda della Grande Guerra o è da ricondurre a della semplice e volgare propaganda anti austriaca? Sembra di no.
I mitraglieri venivano legati al treppiede dei loro “pezzi” affinché avessero sparato fino alla fine.
In caso di ritirata, le catene avrebbero impedito di abbandonare la linea, e il mitragliere avrebbe coperto i commilitoni sacrificandosi, e morendo abbracciato alla sua Schwarzlose.

Gli storici come sempre non confermano.
Pare che la leggenda su questa macabra usanza nasca dai cinghiaggi che i serventi utilizzavano durante il trasporto della mitragliatrice, cinghiaggi che restavano allacciati anche durante l’azione stessa. Ma parliamo di cinghie, non catene.

Eppure le testimonianze segnalate in memoriali e giornali d’epoca furono tante: molti reduci italiani, durante l’avanzata sul fronte del Carso Isontino, sostennero di essere letteralmente inciampati nelle catene, e nei resti di soldati austro-ungarici legati alla loro mitragliatrice.
In molti videro i nemici fatti a pezzi, morti atrocemente senza alcuna possibilità di mettersi in salvo.

Diceria o scomoda verità di guerra, quella del soldato legato nella vita e nella morte alla sua arma, è una delle leggende di trincea più tristi e drammatiche.
Per molti anni la leggenda dei mitraglieri incatenati è stata un cavallo di battaglia da osteria, uno di quei racconti da bicchiere della staffa che venivano bisbigliati nelle osmize del Carso.

La tregua di Natale del 1914: la partita di calcio nella terra di nessuno

Ecco invece la leggenda di guerra che tutti vorremmo ascoltare.
Se è vero che la terra di nessuno era il posto più terrificante in cui potesse trovarsi un uomo agli inizi del Novecento, è anche vero che metaforicamente fosse uno spazio neutro, in cui gli eserciti nemici potevano (certo, contravvenendo agli ordini), incontrarsi senza alcuna ostilità.

La Grande Guerra è definita nei libri di storia come la “guerra di trincea”. L’Europa era attraversata da una linea di oltre 700 chilometri che vedeva contrapposti inizialmente tedeschi e austriaci contro francesi e inglesi.
Dalla Manica al Belgio, dalla Svizzera alla Germania, il Vecchio Continente aveva una profonda ferita sporca di sangue, fango e ricucita col filo spinato.

È proprio lungo questa linea di fronte, che nel dicembre del 1914, la magia di una notte stellata regala una delle storie di guerra più belle.
La tregua di Natale fu un sussulto di umanità nato spontaneamente tra soldati ancora ragazzi, imberbi e strappati alla loro gioventù.

È la vigilia di Natale: una coltre di neve ha ingentilito il campo di battaglia, e le truppe sono rintanate nelle rispettive trincee.
Ma c’è qualcosa di speciale, la terra di nessuno quella notte ha qualcosa di magico.
Qualcuno esce dalla trincea invitando il nemico a fare lo stesso. Prima un soldato, poi un altro, un timido approccio, un saluto, una stretta di mano.
Ci si scambiano sigarette, cioccolata, alcolici. Gli inglesi cantano Silent Night, i tedeschi intonano Stille Nacht.
È la notte in cui le armi tacciono e le bocche cantano.

In tutto questo spunta un pallone da calcio, non si sa bene se un pallone regolamentare o una palla di fortuna.
Sta di fatto che la tregua di Natale del 1914 si trasforma in una amichevole conclusasi (si dice) con un 3 a 2 per la Germania.
Altre partite improvvisate esplosero lungo tutta la linea di fronte, ogni oggetto che potesse essere preso a calci si trasformò in un pallone. E la terra di nessuno divenne un enorme campo di calcio.

È uno dei momenti più simbolici della Prima Guerra Mondiale. Una comune palla ha affratellato due eserciti nemici, demolendo mesi di strategia bellica in 90 minuti.

Numerosi furono i tentativi dei rispettivi Stati Maggiori di insabbiare questo sussulto di umanità. Ma fu tutto inutile, le partite sono diventate una leggenda e sono giunte fino a noi come il trionfo dell’umanità sull’inutilità della guerra.

Peccato che il fischio del novantesimo abbia sancito la ripresa di sparatorie e bombardamenti.

Croce memoriale Grande Guerra sulle Dolomiti

Miti e leggende di guerra: la sottile linea rossa della paura

La paura. Cos’è che spinge a combattere, e soprattutto accomuna i soldati in trincea? La paura.
Da una parte la paura di morire, dall’altra la paura di essere marchiati come vigliacchi e traditori della Patria.
La guerra può essere celebrata solo nei libri di storia, sui monumenti e nelle parole scolpite di un bel memoriale.
La guerra è bella solo nei romanzi e nei film, dove gli eroi, i trionfi e le imprese epiche sono ingigantite dalla lente della magniloquenza.

No, la guerra non è romantica e non è epica, ma presuppone preparazione, freddezza, autocontrollo e distacco dalla realtà.
Realtà che in tali condizioni di follia vissuta al fronte, è sicuramente una realtà distorta, capace di partorire fantasmi, visioni e dunque leggende.
Ma a chi verrebbe in mente di instillare l’ombra del dubbio nella ratio di un soldato che in quel momento si sta giocando la vita?
Non dev’essere stato bello assistere a commilitoni, amici e fratelli annegare in buche piene di sangue.

Sì perché la Grande Guerra fu un conflitto davvero atroce. Il limitato sviluppo dell’industria bellica non consentiva uccisioni “efficaci”, si moriva lentamente e in situazioni orribili.
E dove falliva l’Iprite ci pensavano il gelo e il fango delle trincee, un fango capace di rallentare eserciti, invadere uniformi, pensieri e soprattutto di uccidere infettando graffi e ferite.

In uno scenario devastato e devastante come quello, le ragioni della scienza a nulla servirono per giustificare le brutture infernali e le esperienze terrificanti.
L’ignoto, come la morte, vuole spiegazioni.
E laddove le spiegazioni latitano, ecco che anche la più piccola interpretazione, è sempre meglio del buio pesto del mistero.
Ogni piccolo appiglio è utile per dominare e superare l’incomprensibile.

Ecco il bisogno degli Angeli, di una forza luminosa capace di fronteggiare l’arcano e governare la paura della morte. Perché negare la forza di una visione a un soldato che sta morendo, dopo aver visto tutti gli abomini della guerra? Perché riabilitare il dubbio?
Cosa importa se un soldato protagonista delle leggende della Grande Guerra abbia avuto un’allucinazione?

A me non interessa. La veridicità delle leggende di guerra è ormai sepolta nelle trincee, insieme ai corpi dei Caduti.
Una verità univoca però esiste: il soldato combatte e muore obbedendo agli ordini, ma alla dittatura della ragione no, a quella non soccombe. Il soldato che sta vivendo (e morendo) l’orrore della guerra, vede e sente cose.
E se ha visto gli angeli io ci credo.

Perché in guerra, come in amore, tutto è lecito.

Cimeli Prima Guerra Mondiale sulle Dolomiti

Non questi fili ruggine colora: del nostro sangue son vermigli ancora

21 comments

  1. Seduto davanti ad un braciere ho ascoltato in rispettoso silenzio i racconti di un uomo anziano, reduce di guerra. Quante storie che avrei potuto sentire da mio nonno, ma non ho fatto in tempo a conoscere. Questa è la scena che si è palesata davanti ai miei occhi leggendo il tuo post. Una scena che tanto avrei voluto vivere non per gusto macabro, ma per il desiderio di conoscere la storia vissuta in prima persona. Una storia di morte e sofferenza che tutti dovrebbero conoscere. I libri non sono sufficiente per comprendere appieno una situazione, un periodo storico. Splendida la definizione che hai dato della linea di fronte: “una profonda ferita sporca di sangue, fango e ricucita col filo spinato”. Mi piacerebbe conoscere il backstage di questo articolo

    1. A chi lo dici, anch’io avrei voluto ascoltare i racconti di prima voce, ma non per lugubre curiosità, il fatto è che apparteniamo allo stesso secolo, entrambi i Conflitti Mondiali sono relativamente “vicini” a noi, eppure sono così lontani… ma per fortuna! Purtroppo nessun backstage tipo interviste o cose simili: adoro la letteratura di guerra, mi piacciono i diari, le memorie, le biografie, i racconti. Pur conoscendo la Seconda Guerra Mondiale in modo più “diretto”, con la Grande Guerra invece è stato amore a prima vista. Mi capita di cercarla spesso nei memoriali (alcuni abbandonati da fare schifo), nelle mostre, perfino nei cimiteri vado a spiare le lapidi di inizio secolo per cercare qualche Caduto. Mi piacerebbe appena possibile, organizzare un itinerario tematico, ho scoperto che ci sono associazioni nel Carso che permettono di vivere un’esperienza che vorrei provare: una notte in trincea con tanto di uniforme del Regio Esercito!
      Ti ringrazio Fausto, praticamente hai fatto colazione nella terra di nessuno 🙂

  2. Leggere il tuo articolo è stato un po’ come vivere gli orrori e la brutalità della guerra. Apparteniamo a generazioni fortunate che non hanno dovuto vivere le brutture dei conflitti mondiali. Difficilmente quando pensiamo alla guerra immaginiamo quello che vivevano i soldati in trincea e leggere dei disertori cannibali è stato raccapricciante. Anche con queste paure dovevano convivere i soldati?
    Non amo i film di guerra perchè mi mettono davanti a qualcosa che vorrei sempre lontano da me, ma leggere il tuo post mi ha fatto pensare a War Horse con il cavallo bloccato nella terra di nessuno che divide inglesi e tedeschi nudi nel loro essere umani per alcuni momenti.
    La tregua del Natale del 1914 ora so essere alla base del video Pipes of Peace di McCartney 🙂
    Hai ragione Daniela, chi siamo noi per mettere in dubbio cosa vede o sente un soldato che sta vivendo e morendo gli orrori della guerra?

    1. È vero, e se la nostra generazione esiste (e può studiare la storia), è soprattutto merito di tutti quei Caduti che si sono sacrificati. Proprio l’altro giorno mi è capitato di leggere il carteggio di un soldato delle mie parti morto a Caporetto. Nella lettera inviata al fratello scriveva “non so che mi accadrà, so però che nulla temo, adempirò completo il mio dovere e ciò mi è di orgoglio. Non so se potrò ancora darti mie notizie, e se ciò non fosse, ti invito a non piangere”, capisci? A 20 anni!
      E oggi a 20 anni hanno le crisi esistenziali perché non hanno potuto fare l’aperitivo in pandemia! C’è stata una devoluzione, una retrocessione morale pazzesca, forse dirò una cosa estrema e non condivisibile, ma la guerra ci vorrebbe eccome. O almeno ci vorrebbe un ritorno a quelle condizioni di disagio, giusto un assaggio di un giorno. Magari certe cose verrebbero viste con occhi diversi.
      War Horse, che filmone! Ma io e te siamo di parte quando si tratta di cavalli, vero 😉
      Ti ringrazio per aver letto questo articolo, nonostante fosse pieno di orrori 🙂
      P.S.: bello il nuovo avatar!

      1. Continuo a credere che se scoppiasse una guerra si salverebbero in pochi. “E la mascherina per 5 minuti nel supermercato mi fa soffocare, e l’aperitivo che non posso fare, e le feste a cui non posso andare”.
        Sarà che ho mio padre che ha vissuto davvero le privazioni della guerra da adolescente e che ha visto i combattimenti aerei sulla sua testa, ma questi lo capiscono cosa sono le vere privazioni?
        Sanno cosa significhi perdere qualcuno per le conseguenze della guerra come è successo a mio nonno che l’ha combattuta ed il cui corpo non ce l’ha fatta a reggere le ferite riportate?
        Ecco mio padre sulla guerra la pensa al tuo stesso modo. Pensiero estremo ma che racconta tanta verità.
        Avatar fresco di sfornata. Mi racconta un po’.
        Grazie a te per scrivere cose mai banali :*

        1. È proprio questo lo spunto di riflessione che volevo lanciare, mi hai capita al volo. Non bisogna per forza aver vissuto il sacrificio per poter apprezzare “la normalità”. Noi abbiamo avuto una doppia fortuna: la guerra non l’abbiamo vista ma c’è chi ce l’ha raccontata con cognizione… per via dell’approfondita conoscenza diretta. E noi un frammento di quel messaggio, in fondo, l’abbiamo recepito.
          È esattamente come di ci tu: oggi sopravvivrebbero in pochi, anche e soprattutto a causa dell’incapacità completa e totale degli uomini di oggi di obbedire agli ordini 😉
          Mi piace quel “mi racconta un po’” 😀

  3. Poco tempo fa ho letto un romanzo in cui uno dei protagonisti inglesi combatteva in guerra in Germania e la sua amante si reinventava infermiera in un ospedale da campo pur di stargli vicina: la descrizione dei combattimenti in trincea, della paura, del freddo e della morte atroce per le ferite riportate fanno stare male. Ma anche le ripercussioni sullo stato mentale dei sopravvissuti. Forse anche per questo chi è tornato a casa ha preferito non parlarne: per esempio mio nonno ha sempre raccontato pochissimo sulla sua esperienza in guerra – allora non capivo perché. Per cui è assolutamente comprensibile che in quei contesti da incubo la mente abbia cercato dei modi per “alleggerire” la situazione. Ben vengano fantasmi e allucinazioni se in qualche modo aiutano.
    Non conoscevo la leggenda dei cannibali ma sarebbe un approfondimento perfetto per i racconti del 31 ottobre!

    1. Anche mio nonno in questo era molto orso, eppure ne avrebbe avute di cose da raccontare… ma non essendo tornato dal fronte tutto “intero”, col tempo abbiamo capito e l’abbiamo lasciato stare.
      E proprio per restare in tema angeli e allucinazioni, mia madre racconta sempre che nonno, al suo ritorno, era improvvisamente diventato devoto a Sant’Antonio. Pare che al fronte si sia salvato diverse volte proprio grazie alle visioni del Santo, che gli diceva di volta in volta di spostarsi dal punto in cui si trovava. La cosa incredibile è che se non avesse dato ascolto a quelle allucinazioni/visioni, sarebbe morto allo scoppio di una granata! Quando ero piccola ci ridacchiavo su questo racconto, ma oggi a momenti quasi mi commuovo…
      Spero di visitarli presto i resti di quelle trincee (ma magari senza incontrare disertori). Grazie per la lettura, Silvia!
      P.S. Come si intitola il romanzo?

      1. Ti capisco quando dici che il racconto di tuo nonno vi faceva sorridere, perché forse quando sentivamo questi racconti eravamo troppo piccole per capire. Io per esempio facevo fatica a capire il significato della guerra e a immaginare mio nonno poco più che ventenne in divisa e con un fucile.
        Per quanto riguarda il libro, si intitola La Casa delle Sorelle (Charlotte Link). Ci sono due storie parallele: una contemporanea (e un po’ noiosa) di una coppia in crisi che va in vacanza in questa casa sperduta nella campagna inglese. La donna trova un manoscritto nel capanno degli attrezzi ed è tra queste pagine che viene raccontata la storia ambientata prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale: quest’ultima per me è stata la parte davvero interessante del libro.

        1. Grazie Silvia, lo metto in lista. La seconda parte promette bene, e non fa niente per la parte noiosa, c’è comunque la campagna inglese che riscatta tutto! 😉
          Grazie ancora!

  4. Questo bell’articolo capita proprio pochi giorni dopo che ho finito di leggere “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, anche quello sulla guerra di trincea.
    Interessanti le leggende, specialmente la prima, sulla terra di nessuno e i cannibali.
    Concordo con Simona: oggi sopravvivrebbero in pochi, non solo perché non sanno più obbedire, ma hanno perso quasi del tutto lo spirito di adattamento, che a quell’epoca dovevi avere per forza.

    1. Quella è un’opera che io farei leggere a scuola per spiegare bene la Grande Guerra, insieme a “Il Sergente nella neve” per raccontare invece la Seconda Guerra Mondiale.
      Infatti è proprio quello che ho risposto a Simona: zero spirito di obbedienza. L’adattamento poi è una conseguenza, e dipende da quanta voglia di sopravvivere ci alberga dentro 😉
      Sì, vere o meno, sono interessantissime, e avrei dato qualunque cosa per ascoltarle dal vivo… anche se questo avrebbe significato aver avuto una novantina d’anni all’anagrafe 😛
      Ti ringrazio tantissimo per il “bell’articolo”, apprezzo molto! 🙂

  5. Conoscevo la tregua di Natale ma non conoscevo le altre leggende, impressionante. Anche a me fa molto male leggere i racconti dei conflitti mondiali. Quasi tutti i caduti erano più giovani di me adesso e questa cosa mi fa venire i brividi. Che periodo buio e come siamo fortunati noi a vivere in pace. E no, la pandemia secondo me non è paragonabile a una guerra.

    1. Giulia ciao! 😀
      Eppure sono stati in tanti ad averci visto un parallelo, sintomo inequivocabile di non conoscenza. Impressionanti queste leggende, vero, come impressionante è la giovane età dei soldati. Purtroppo la vita all’epoca ti faceva diventare uomo già a 20 anni… ma anche prima.
      La tregua di Natale, che bel momento che dev’essere stato, spesso ci fantastico sopra… 🙂
      Grazie per essere passata!

  6. Mi hai fatto ricordare i racconti dello zio di mia nonna, all’epoca quasi centenario, che mi raccontava di quando ha combattuto in Russia. Dei cadaveri e di quello che dovevano mangiare per non morire di fame. Dovrei avere una registrazione in cassetta da qualche parte, quando torno in Italia la cerco. Grazie.

    1. Oddio, hai tra le mani un documento straordinario! 😀 Cercalo ti prego, e nel caso fammi sapere!
      Ma grazie a te! 🙂

      1. Non so quando tornerò, manco da un paio di anni, ma vedo se qualche familiare può cercare per me. Il problema sarà trasformarlo in digitale hehehheheehhe 😉

        1. No io dicevo prescindere dal trasformarlo in digitale, resta sempre un documento storico incredibile e da conservare gelosamente!
          Due anni? Torna! Sta casa aspetta a’ te! 😉

          1. In realtà casa mia è qui. 😉 Comunque tornerò per un salto prima o poi, mi manca la pizza, il caffè e il Vesuvio visto dal lungomare hehehhehe

          2. Ti capisco, hai citato Padre, Figlio e Spirito Santo di Napoli 😀

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