Viaggio nell’architettura del Ventennio

Out of bounds scritta Alleati Salerno

Out of bounds: letteralmente “fuori dai limiti”, vale a dire pericolo, fine della zona protetta, meglio non spingersi oltre.

Questa scritta campeggia dal lontano 1943 su un vecchio muro del centro storico di Salerno.
Gli Alleati anglo-americani, sbarcati qui con l’Operazione Avalanche, la lasciarono come avvertimento, una sorta di coprifuoco toponomastico per segnalare i tedeschi cattivi appostati oltre quel vicolo.

Bene, esattamente il contrario di quello che voglio dire con questo post. Io invece vi invito a svoltare l’angolo senza esitazione alcuna.
Sì, vi invito a ignorare e violare il coprifuoco. Senza paura. Perché la storia non è il nemico.

Fascio littorio Paestum

Ma c’è storia e Storia

Già, la storia. Quella raccontata e insegnata dai vincitori.
La retorica antifascista sentenzia implacabile come gli Alleati ci abbiano liberati dall’oppressione dittatoriale e dalla follia di un Regime, che in molti definiscono come una nera e vergognosa pagina della storia italiana.
La mia sarà anche una posizione discutibile (e discutiamone), ma io non farei di tutta l’erba un fascio.

Gli Alleati, tra le altre cose, hanno purtroppo liberato l’Italia da quella che per me è la celebrazione di un ordine e di un rigore che non vedremo mai più.
Mi riferisco al razionalismo e alla bellezza delle sue linee austere: al funzionalismo architettonico al servizio della collettività. Mi riferisco all’architettura fascista.

Il Duce inaugurò una miriade di edifici e monumenti che ai tempi erano il glorioso simbolo del buon funzionamento del Regime, oggi invece rappresentano il vergognoso monito della sua caduta.
Molti di questi edifici oggi sono stati abbattuti, altri abbandonati.
Altri recuperati e riqualificati, ma comunque spogliati di quella scomoda e stretta camicia nera: l’Italia ha voluto liberarsi di questa “ingombrante” eredità storica scegliendo il modo più insano, incivile e disonesto.

Il Ventennio, per quanto ritenuto una mortificante parentesi della storia italiana, c’è stato, è esistito e non va cancellato, quanto piuttosto affrontato nell’ottica di un revisionismo storico consapevole, perché ci ha consegnato bellezze architettoniche uniche.

EPPURE (voglio gridarlo), secondo il magazine New Yorker, in Italia ci sono troppi edifici fascisti rimasti ancora in piedi. L’articolo del 2017 titolava così:
Why are so many fascist monuments still standing in Italy?

Ma saranno fatti nostri?

L’articolo definisce il Palazzo della Civiltà Italiana nel quartiere EUR, come una “reliquia dell’orrenda aggressione fascista” e contesta allo Stato Italiano il crimine di averlo elevato a icona modernista, nonché la colpa di averlo riconosciuto come edificio di interesse culturale.
L’intelligente penna continua la sua farneticazione argomentando come la demolizione dell’architettura fascista, costituirebbe l’unica soluzione efficace per non fomentare il desiderio dei nostalgici.

Non ho mai sentito approccio più ridicolo alla lettura della storia. E sono in molti a pensarla così, vedi la recente isteria collettiva esplosa al grido di Black Lives Matter, e sfociata nella distruzione di statue e inoffensivi simboli del passato.

Razzismo e antisemitismo non sono nati con Hitler, né tanto meno con Mussolini. Tant’è che esistevano prima, e non sono morti insieme a loro.

Dunque secondo questo pensiero, andrebbero rimossi anche i campi di sterminio? Dopotutto non sono anch’essi simbolo delle atrocità dittatoriali?
È storia come il faraone Cheope fosse un tiranno folle e spietato.
Bene. E perché non facciamo la festa alla punta della sua piramide, simbolo del sacrificio e della morte di milioni di schiavi?

E l’iconico maggiolino della Volkswagen che ha scarrozzato milioni di pacifisti hippie al grido di peace&love? Lo sapevano quei capelloni affumicati che fu un’auto nata per volere del Führer?

È con questa logica fuori dal tempo e dall’intelligenza che gli ipocriti storcono il naso di fronte a monumenti e innocue scritte, rivendicando il diritto all’oblio con grossolano quanto patetico e inutile sdegno politico.

Questo post non vuole essere un inno alla politica del Ventennio (che poi, anche se fosse?), ma solo uno spunto per non bollare come arte degenerata, quello che invece è un modernismo maestoso, che ha regalato all’Italia un patrimonio culturale che merita soltanto apprezzamento, e non il rogo degli iconoclasti.

Mi piacerebbe che gli italiani valutassero la monumentale architettura del Ventennio per il suo immenso valore artistico e urbanistico, a prescindere dal colore politico e dai vizi della retorica ideologica.
E soprattutto, mi piacerebbe che gli italiani riconoscessero nel Ventennio un periodo di grande fervore culturale che ha trainato l’Italia fuori dall’imbarbarimento economico lasciato dalla Prima Guerra Mondiale, traghettandola verso il Paese moderno quale è oggi.

Che poi mi chiedo: quanti feroci antifa percorrono inconsapevolmente le strade delle loro città senza neppure riconoscere gli stili, i simboli e gli elementi che riecheggiano i fasti del Regime? Penso proprio tantissimi.
In molti neanche riconoscerebbero un fascio littorio.

Fascio Littorio

Non ho mai fatto mistero di provare un debole per quel simpatico Ventennio, trovo che l’architettura razionalista sia troppo affascinante, e la ricollocazione di quell’iconografia del potere che spesso ne è stata fatta, non mi è mai andata giù.
Abradere il fascio littorio dagli edifici, come la matricola di un qualunque motorino rubato (per poi usarlo per scorrazzarci a proprio comodo), è un grande classico di un’Italietta abituata a incriminare senza informarsi, a odiare, pensare e parlare per bocca degli altri.
Ma tant’è… italiani brava gente.

Mentre in Germania i simboli del Terzo Reich furono rimossi fin da subito, in Italia nell’immediato dopoguerra non si ravvisarono in simboli e scritte insidie e pericoli nei confronti della democrazia. Con la legge Scelba infatti, si proibì semplicemente la ricostituzione del Partito Fascista, senza ordinare colpi di gomma e scalpello su busti e accette (i primi e gli ultimi barlumi di saggezza democratica brillarono negli anni ’50).

Oggi invece si tende ad applicare una politica più proattiva, eliminando tutto ciò che possa scatenare la saudade del fascio.

Il bianchetto sulla Storia

Ad esempio è di Laura Boldrini l’ultima delirante crociata contro accette, tombini e scritte nostalgiche. Nel 2015 propose di rimuovere la scritta DVX dall’obelisco del Foro Italico soltanto per non provocare disagio nei cuori dei partigiani, pore stelle.

Mi rendo conto che è impossibile depoliticizzare marmo, travertino, colonne e materiali tanto cari al Regime, ma essendo la spinta urbanistica del Ventennio arrivata in ogni città italiana, il rischio di dare il via a Operazione Proraso, sarebbe stato notevole.
La straordinaria esperienza architettonica attuata tra le due Guerre è stata infatti talmente pervasiva, che la Boldrini avrebbe potuto abbattere TUTTO, magari inconsapevolmente anche la propria residenza.

Un brutto atteggiamento in stile secoli bui, insomma, che rischia di cancellare opere grandiose e monumentali solo perché permeate di retorica scomoda.

Che poi, come si fanno a bollare come “scomodi” i richiami all’antica Roma dell’arte fascista? Colonne, nicchie, archi, statue, mosaici, scritte e bassorilievi stilizzati: un’arte sì spigolosa, ma con un linguaggio visivo dalla lirica potentissima!
C’è un utilizzo così grandioso del marmo che ingressi e portali vengono concepiti come dei templi.
E poi geometrie che celebrano un ordine e un potere che è stato capace di incardinare e unire l’utile al bello… ho già detto che adoro l’architettura fascista?

Certo, è innegabile come l’autoreferenzialità fosse propria di tutti i Regimi dispotici e dittatoriali: dai cesari ai bolscevichi, il potere amava specchiarsi nel marmo che rivestiva le opere pubbliche secondo canoni e direttive di una solennità forte e incisiva.

Eppure, al contrario di quello che si possa pensare, gli architetti e gli artisti italiani del Ventennio godevano di grande libertà di creazione, senza essere costretti a progettare e parlare con i termini di un vocabolario coercitivo. Questo a differenza degli altri regimi totalitari come quello nazista o comunista.
Alla luce di ciò, fa male constatare come siano in tanti a condannare l’architettura del Ventennio come ridicola e mostruosa, commettendo l’errore di guardarla con il “filtro” della spietata logica dell’iconoclastia politica.

Infatti in tutta Italia i contestati fasci in molti punti appaiono deturpati, come se spezzandone le accette si potesse di colpo cancellare una ferita lunga un intero ventennio.

Ma per fortuna, accanto alle opere storpiate, in molti angoli del nostro Paese si rincorrono targhe, opere e monumenti integri, laddove la furia della censura moderna – accecata dalla rabbia – non abbia visto passando oltre.

E così, nelle scorse settimane, ho deciso di andare a caccia di quell’architettura diffamata.
Una caccia fotografica all’ideologia dimenticata per compiere un viaggio nel Ventennio di Salerno e provincia.

Un viaggio tra simbologie, architetture, scritte e tracce di un’epoca in cui il fascio littorio era impresso su opere pubbliche, edifici governativi, ospedali, scuole (obbedire), chiese (credere) e caserme (combattere).

Il ponte ferroviario sul Mingardo

Architettura fascista Ponte ferroviario Mingardo

Da qualche parte giù nel Cilento, c’è una valle denominata Valle dell’Inferno. Qui il fiume Mingardo ha scavato un profondo e buio canyon chiamato, neanche a dirlo, Gola del Diavolo.

Qualcuno lo definirebbe il posto ideale per l’arte fascista (a’ morte sua), invece è un luogo di una bellezza “divina”. E questo bel ponte in mattoni rossi ne è la cornice perfetta.

Tra l’altro questo luogo è come uno scrigno che custodisce un doppio tesoro: un ponte ferroviario abbandonato vegliato dall’antico borgo fantasma di San Severino di Centola.

Il Ponte ferroviario sul Mingardo è un’opera dalle arcate maestose di enorme valore storico. L’ingegneria fascista ha consentito la circolazione ferroviaria da Napoli lungo tutta la linea Tirrenica del Sud dal 1929 fino al 1965, quando i collegamenti furono spostati su un tracciato potenziato.

Per un periodo il ponte fascista sul Mingardo è entrato nel circuito delle ferrovie dimenticate: centinaia erano i trekker che ne percorrevano il tracciato durante eventi e manifestazioni all’insegna della camminata e del turismo slow.

Oggi è nuovamente abbandonato all’incuria.

Fa impressione attraversarlo, i binari sono stati divelti e la vegetazione ormai ricopre l’antica massicciata. È un gran peccato perché il ponte è sopravvissuto ai bombardamenti ma non alla furia degli iconoclasti che ne vandalizzano sistematicamente la memoria.

Architettura del Ventennio Ponte ferroviario Mingardo

Il ponte viene spesso depredato e preso di mira dalle rappresaglie antifa. È storia recente l’incredibile tentativo di rimuovere il fascio littorio da un’arcata del ponte con l’ausilio di un’autogru…

Architettura fascista del lavoro: i tabacchifici della S.A.I.M.

Architettura fascista Tabacchificio SAIM

Questa sorta di cattedrale in rovina è un altro bel regalo dei “liberatori”. L’impero delle sigarette ha ucciso il regno del sigaro.
Durante il Ventennio il Regime fondò nell’Italia meridionale decine di stabilimenti che avevano la connotazione di autentici villaggi.
Qui si producevano, coltivavano ed essiccavano le migliori qualità di tabacco.

Foglie e foglie di tabacco, trasformate in miliardi di sigari al ritmo dei canti delle donne.

Ho visitato questi luoghi e la percezione è quella di un microcosmo che ospitava non solo fabbriche e locali per la lavorazione, ma mense, chiese, orfanotrofi, case, edifici per il dopolavoro, uffici e torri littorie come questa: bella, semplice e aggressiva, come solo una torre littoria può essere.

Tutto questo era gestito dalla S.A.I.M, Società Agricola Industriale Meridionale fondata nel 1933.

In Italia il fabbisogno nazionale di fumo era pienamente soddisfatto grazie alle risorse del Regime, e grazie all’architettura fascista concretizzata in opifici grandiosi come questi.
Fino al 1943. Fino all’arrivo dei liberatori.

Ora questi templi al sigaro giacciono abbandonati, invasi da spazzatura, inquilini clandestini e abusivi che tra queste rovine fumano sigarette e chissà cos’altro.
Immorale e ingiusto nei confronti di un tale patrimonio che ha dato lavoro e dignità a migliaia di italiani.

L’acquedotto fascista

Architettura fascista Acquedotto Calvanico

All’apparenza un comune serbatoio abbandonato di montagna, nei fatti un piccolo tempio sacro all’acqua.
Purtroppo le informazioni su questo manufatto sono molto scarse, ma di sicuro fa parte di quella rete di Consorzi che dal 1930 in poi ha portato l’acqua potabile in gran parte dell’Italia meridionale.

Il Regime non ha edificato soltanto palazzi monumentali adibiti a celebrarne il potere: nello scorrere impetuoso delle acque delle tubazioni italiane, l’eco del Ventennio lo si può ascoltare al pari di quello dell’antica Roma!

Il dominio delle acque infatti è da millenni sinonimo di civiltà. L’acqua è lavoro, sviluppo, igiene e benessere, e gli sforzi notevoli che il Regime profuse nella costruzione di infrastrutture come questa, spesso vengono dimenticati o, peggio, ignorati.

L’acqua oggi è un bene scontato, ma prima del Ventennio, per molti territori italiani non lo era affatto.

Ave aqua, fons vitae, morbis inimica

Sono molti i serbatoi ai quali l’architettura fascista ha regalato forme maestose. Alcuni sembrano dei memoriali, dei solenni luoghi di culto che inneggiano alla sacralità dell’acqua in quanto linfa della vita.

Oggi questi manufatti versano in condizioni di degrado. Capolavori dell’architettura fascista, che conobbero bellezza e grandiosità, che oggi vengono letteralmente calpestati, come il caso dei tombini.

Il Ventennio ha dato dignità a tutta l’Italia, imbrigliando l’acqua dove era troppa (con le opere di bonifica), e accompagnandola dove invece mancava.
Per quanto ancora queste antiche vestigia riusciranno a sopravvivere ai commando di vandali antifa?

Le scritte e i motti fascisti

W il Duce

Se c’è un periodo nel quale la parola abbia avuto una forza solenne, questo è proprio il Ventennio.
Le scritte e i motti inneggianti, epigrafati con imperiosi caratteri romani, furono il principale strumento di propaganda dell’epoca.

Sui muri, sulle facciate degli edifici, lungo le strade: furono un mezzo per arrivare ovunque, anche a chi non aveva accesso alla carta stampata.

Altri tempi, altre menti. Qualcuno penserà pericolo, violenza, squallore.
Per me è squallore W la fi**a oppure gli scarabocchi di certi writers.
Per non parlare dello squallore della propaganda politica attuata via social.

Di certo oggi nessuno si sognerebbe di scrivere W Conte oppure Giggino Di Maio A NOI. La nostra è l’epoca della tristezza degli aforismi fritti e rifritti.
Non ce lo vedo un bimbo delle elementari di oggi a inneggiare con il linguaggio forbito o la calligrafia (bellissima) di un Balilla.

Semplice e squadrato, il carattere tipografico delle scritte fasciste, arrivava dritto al bersaglio, anche in contesti rurali dominati da una bassa percentuale di alfabetizzazione.

Scritta fascista Agropoli

Ed ecco imperativi, indicativi, frasi tratte dai discorsi di Mussolini dalla forza così elementare, ma così pregna di ideologia.

FEDE ILLUMINA. AMORE ABITA. PACE AMMINISTRA. ONORE ADORNA.

LA LIBERTÀ SENZA ORDINE E DISCIPLINA SIGNIFICA DISSOLUZIONE E CATASTROFE (di un’attualità sconcertante).

O ancora BOIA CHI MOLLA e così via fino, al super citato ME NE FREGO, alla cui lettura molti storceranno il naso.
In pochi sanno che il Regime ha mutuato questo motto dagli Arditi, i reparti d’assalto del Regio Esercito. Uomini valorosi che feriti a morte in battaglia, usavano scriversi ME NE FREGO (delle ferite) sulle bende, come atto di totale devozione alla Patria.

Purtroppo la sorte delle scritte del Ventennio è accomunata a quella dei fasci: in gran parte cancellate, come se una parola sbiadita avesse il potere di valicare il confine tra semplice commemorazione a pericolosa diffusione dei dogmi dell’ideologia fascista.

È proprio giusto condannare tutto questo alla damnatio memoriae via gomma e bianchetto?
Dipende… ci sono scritte di serie A e scritte di serie B.

L’eco nel vicolo

15ª Legione CC.NN. d'Assalto "Leonessa"

Ritorno alla scritta Out of Bounds, recentemente restaurata (e non cancellata) dai volontari.
Fa impressione osservarla all’imbrunire, quando il silenzio e la fioca illuminazione contribuiscono a ricreare una suggestione particolare.

L’altra sera ho messo a dura prova la mia fantasia, immergendomi in un dopoguerra immaginario con i cinque sensi.
Ho visto i soldati americani, ho sentito l’annuncio alla radio della fine della guerra, ho quasi toccato il giubilo della Liberazione.
E poi ho annusato l’aria del futuro, vale a dire il puzzo di piscio del presente, in un vicolo che condanna busti e scritte nostalgiche, ma che al tempo stesso non onora -e neanche ricorda più- l’agognata Liberazione.

E poi il pensiero è andato a Salvatore, il padre di mia madre. A lui e ai suoi due fratelli caduti in Russia.

Mio nonno non è mai stato costretto a combattere. Si è unito più e più volte alla Milizia Volontaria delle Camicie Nere. Nel 1942 partì alla volta del Fronte Russo, per quella che sarebbe stata la sua ultima campagna di guerra.
Lui, al contrario dei suoi giovanissimi fratelli, Vittorio e Giovanni, dalla fredde steppe russe è tornato vivo. Ma senza i suoi piedi. Amputati per congelamento… le famose scarpe di cartone, direbbe qualcuno.

Chi glielo ha fatto fare? L’amor di Patria? La dedizione? Quella sua fede nell’ideologia così potente e sbagliata da anteporla alla sua famiglia, alla sua stessa vita?
Ebbene sì. Una scelta ideologica che gli ha condizionato l’intera esistenza, sia fisicamente da mutilato, sia civilmente da cittadino, costringendolo a mantenere un profilo basso per oltre cinquant’anni.

Quanti lo farebbero oggi? Quanti combatterebbero oggi per il Tricolore o, meno che mai, sotto il vessillo di quell’immondo straccio blu?

Mio nonno era una persona buona, con un enorme senso civico e un profondo sentimento di rispetto.
Mio nonno era un prodotto del Regime, un figlio dell’Italia del Ventennio -grande epoca- che non mai disprezzato o rinnegato, neanche sul letto di morte (al contrario di tanti italiani).

Salvatore, che quel monumentalismo l’ha visto nascere, pietra dopo pietra. Salvatore, che nel suo cuore non è mai stato liberato.
Salvatore, fiero combattente della 15ª Legione CC.NN. d’Assalto “Leonessa”.

Dovrei forse dirlo sottovoce, magari tacere per non offendere la coscienza storica di tutti quei sepolcri imbiancati?
Dovrei provare imbarazzo, vergogna per un nonno che ha tifato la squadra sbagliata del derby?

E invece no, il mio orgoglio prende il volo. Io voglio proprio urlarlo: mio nonno era FASCISTA.
E dei sepolcri imbiancati, ME NE FREGO!

20 comments

  1. Non ci si dovrebbe vergognare ma capisco benissimo quello che provi, perché mio nonno è stato piccolo balilla (e due dei suoi fratelli sono dispersi in Russia). Ma prova a dirlo qui, in Piemonte, dove quasi tutti quelli che conosco hanno avuto un nonno partigiano o dicono di averlo avuto perché fa più figo così. Gli errori – e gli orrori – ci sono stati in tutte le fazioni e non dovremmo sentirci in colpa, né sentirci obbligati a dire che il passato va raso al suolo, a prescindere.
    L’architettura fascista la trovo affascinante proprio per il suo rigore, come hai detto tu. Come del resto l’architettura brutalista dell’est. In entrambi i casi credo che sia sbagliato distruggere una cosa perché rappresenta un passato scomodo. Si dovrebbe sempre tenere in considerazione sia per evitare gli stessi errori, sia perché in certi casi è effettivamente un esempio di bellezza artistica e architettonica (come il tabacchifico).
    Nella mia città ci sono ancora alcune scritte che “vengono fuori” attraverso la vernice, e c’è ancora un esempio di edificio che ora è la sede di una scuola superiore. Ti mando il link così puoi vedere le foto su Google: https://www.google.com/maps/uv?pb=!1s0x12d2ab7538c86897%3A0xc0ff8e6c1cb8f13c!3m1!7e115!4shttps%3A%2F%2Flh5.googleusercontent.com%2Fp%2FAF1QipMQ5P_VlYQZtHLUGqPiGu_f6P8agBkvfNLweq1F%3Dw213-h160-k-no!5sistituto%20guala%20bra%20-%20Google%20Search!15sCgIgAQ&imagekey=!1e10!2sAF1QipMQ5P_VlYQZtHLUGqPiGu_f6P8agBkvfNLweq1F&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwi3s6jx577tAhWBGuwKHaJ6D2EQoiowFnoECCMQAw

    1. Capisco benissimo lo spirito, stessa situazione nel piccolo comune “rosso” in cui vivevano i miei nonni. Mia nonna infatti a un certo punto si è disfatta di tutto (tessere, documenti, divise, cimeli e altri ricordi che oggi avrebbero un valore storico/affettivo immenso). E mio nonno l’ha lasciata fare per quieto vivere, diciamo così.
      “Perché fa più figo così”… quanto è vero quello che dici! Ho visto l’edificio che mi hai linkato, le sculture sono superbe! E noto anche tre fasci in rilievo su entrambi lati del portone (ovviamente hanno rimosso le accette) però mi fa piacere che la gomma della censura li abbia risparmiati: perché rinnegare la storia per forza?
      Accidenti se mi piace l’architettura brutalista, come anche il modernismo sovietico! Ogni volta che vado a Est sono la turista italiana con il naso all’insù 😉
      Anche i fratelli di tuo nonno dispersi in Russia? La fantasia vola, chissà se hanno incontrato mio nonno e i suoi fratelli?! Ti linko eventualmente la pagina dove fare domanda per avere notizie:
      https://www.difesa.it/Il_Ministro/ONORCADUTI/Pagine/Amministrativo.aspx
      Questo invece è il sito dell’Unione Italiana Reduci di Russia, ci sono sezioni molto ben fatte che raccolgono immagini, notizie e testimonianze di quella sciagurata Campagna. C’è anche la lista dei caduti ma bisogna essere registrati per consultarla:
      https://www.unirr.it/ricerche/ricerca-nell-elenco-dei-caduti
      Ti ringrazio immensamente per aver letto e commentato un post “scomodo” 🙂

  2. Trovo sbagliato cancellare l’architettura per dimenticare un passato scomodo. Dovrebbe restare lì ad ammonirci per non ripetere gli stessi errori.

    1. È proprio quello il discorso: gli “errori”.
      “Sbagliato” si usa come valore assoluto soltanto quando ci si riferisce a un determinato periodo storico (il Ventennio -non faccio riferimenti-). È opinione globale che i simpatizzanti del Regime all’epoca, e i nostalgici di oggi, siano universalmente riconosciuti brutti, cattivi e neri. E brutto, cattivo e nero è di conseguenza tutto quello che viene accostato alla parola “fascio”. Io trovo l’architettura del Ventennio meravigliosa, e non deve restare lì per ammonire… deve stare lì perché è magnifica! 😉
      Grazie mille Nadia per aver letto questo articolo 🙂

  3. Salve, complimenti per l’accorato articolo. Chiedo il suo consenso per pubblicarlo su testata locale. Buone feste.

  4. Ammetto che ti sei presa una posizione scomoda e per questo ti ammiro una volta di più. Ma non vuol dire che il tuo pensiero sia sbagliato. L’architettura è una cosa, la storia un’altra. Se il ragionamento fosse di abbattere tutte le architetture fasciste per quello che hanno fatto, allora il Vaticano andrebbe raso al suolo per via dell’inquisizione, crociate ecc… Però credo che l’architettura possa servirci per imparare dagli errori del passato.

    1. Ma infatti, c’è chi si è macchiato di brutture peggiori, vedi il tuo valido esempio con il Vaticano. Eppure lo staterello di San Pietro continua a prosperare e a intrallazzare… e in più farsi il segno della croce non è considerato reato di apologia. Scherzo, è una provocazione innocente! 😛
      Ho sempre apprezzato tantissimo le opere realizzate durante il Ventennio, ai miei occhi sono meravigliose.
      Così come meravigliose sono le architetture ispirate al classicismo socialista, lo dico per par condicio 😉
      Grazie a te Luca per aver letto e tentato di commentare più e più volte! 🙂
      Ps: stima e ammirazione sono reciproche!

  5. A me non piace l’architettura fascista, ma parlo di mera forma, è un commento che esula dai colori politici e trovo ridicolo il tentativo di damnatio memoriae che ogni tanto riciccia fuori da qualche personaggio un po’ troppo radical chic. Credo nella frase “la storia siamo noi, tutti, nessuno escluso”, nel bene e nel male, e ti dirò, per quanto la mia tendenza politica sia diametralmente opposta alla tua non credo riuscirei a vivere in una città come Roma senza anche i suoi simboli fascisti.

    1. Vero, nemmeno io nel caso contrario: ci si affeziona, alla fine 🙂 Ti rende onore questo tuo ultimo pensiero.
      Eh in effetti il suo essere così spigolosa, “dura” e marziale, non la rende simpatica a tutti… diciamo che ti prende se spigolosa, dura e marziale è anche la tua anima 😉 Non l’ho mai capita la paura dei radical chic nei confronti di un simbolismo ormai innocuo: è un passato che non può tornare ormai (ma visto l’andazzo ci vorrebbe per una bella resettata generale).
      Grazie Alessia! 🙂

  6. Purtroppo non si parla mai dei danni fatti dai cosiddetti alleati (vedi La ciociara, vedi Cassino, ecc.).
    Quello che non capisco è perché non ci si spogli anche dei regimi dei papati, che ne hanno fatte di cotte (roghi) e di crudi, dell’Impero romano che conquistava mezzo mondo.
    Il New Yorker non sa che in Italia i monumenti storici sono protetti e poi, appunto, non sono fatti che riguardano gli USA.
    Chi ha scritto quell’articolo ha solo dimostrato la sua ignoranza. Ma abbiamo visto come sono stati bravi a difendere i loro monumenti dalle selvagge aggressioni dei Black Lives Matter.
    Vero, l’antisemitismo esisteva in Germania prima di Hitler. Ricordo che se ne lamentava Nietzsche in una sua opera.
    Stando a quel giornale dobbiamo anche abbattere il Colosseo: sappiamo tutti a che serviva.
    Ricordo cosa rispose quella tipa a proposito dell’obelisco, quando un ex partigiano le disse di abbatterlo: “O quanto meno cancellarne le scritte”. Alla faccia di quanto dice la legge sui monumenti storici.
    Mio nonno è stato in Africa, poi prigioniero in Inghilterra e quando è tornato ha continuato a pensarla come tuo nonno, nonostante tutto.
    Altri tempi.

    1. Non solo non se ne parla mai, spesso vengono liquidati dall’opinione pubblica con un misero “mpf”… cosa vuoi che sia una marocchinata contro gli orrori di manganello&ricino?
      Ci vorrebbe un bel debunking al contrario, ma fin quando la gente si ostinerà a mettere a testa in giù un certo tipo di bibliografia, la visione generale resterà ignorantemente NERA.
      Gli alleati stavano per far fuori anche i bellissimi Templi di Paestum, invece i tedeschi cattivi tentarono di risparmiarli a tutti i costi. Durante una delle battaglie avvenute in seguito allo sbarco alleato di Salerno, il Generale Hermann Balck diede ordine di spostare tutta l’artiglieria della Wehrmarcht per non far capitare le rovine sulla linea di fuoco (scelta strategica che si rivelò fallimentare ai fini della battaglia, ma i Templi sono ancora lì). Questa cosa non la leggeremo mai nei libri di storia.
      Alla fine della sua brillante carriera politica la vedrei benissimo come funzionaria dei Beni Culturali. Sì, la promuoverei a guardiana (nonché governante e donna delle pulizie) di quell’edificio storico sito in via Varano Costa Nuova – Predappio.
      Hai detto bene, altri tempi. Bei tempi!
      Grazie per aver letto e Onore ai nostri nonni!

  7. Io forse la faccio un po’ corta e sempliciotta ma se il popolo italico (giovanile) è già così vastamente ignorante invece di eliminare simboli e parti architettoniche delle città si cominciasse a spiegarne il significato e magari far ragionare sugli errori (atroci e meno atroci) che la storia può insegnarci? Così per dire….

    1. Magari! Sarebbe fantastico, ma la vedo già bollata come una mission impossibile!
      Il moderno e giovane popolo italico non fa altro che esprimersi con violenza e accanimento in nome del politicamente corretto: basta che senta la parola “fascio” che subito scatta l’irrispettoso meme di qualunque cosa appesa a testa in giù, ultima la delirante e ignorante polemica di queste ore su una nota marca di pasta…
      Grazie mille per la lettura, Lilly! 🙂

      1. Sto seguendo, è una marca che amo molto (e che continuerò a comprare). L’azienda si è già scusata comunque, certe volte bisognerebbe star più attenti ai comunicatori che si contrattano. Buona giornata cara orsacchiotta.

  8. Mi sembrava strano non leggere più i tuoi articoli; mi ero chiesto: “ma perché Orsa non scrive più?”. Ora ho capito… non mi arrivavano più le notifiche delle nuove pubblicazioni. Non potevo riscoprirti con piacere leggendo questo articolo. Tocchi un argomento che adoro. Leggere e sentir parlare di questo periodo storico mi ha sempre affascinato. Forse perché quello più recente i cui segni sono ancora ben presenti nella società odierna. Un periodo che ha segnato uno stile inconfondibile nell’architettura (checché se ne dica – gli statunitensi non possono certo esprimersi in questo campo). Cancellare dalla vista le opere che ci ha lasciato in eredità il ventennio sarebbe un orrore, assimilabile al comportamento dei talebani che abbattono le statue dei Buddha di Bamiyan. Hai citato l’E.U.R. (Esposizione Universale Roma); ogni volta che percorro le sue strade di questo quartiere resto affascinato dalla sua maestosità, eleganza e modernità. Nonostante il tempo trascorso, si rivela un quartiere avveniristico, tra i più belli realizzati nelle nostre città. Nel giudicare un’opera, un periodo storico, non dobbiamo farlo con i pregiudizi che ci hanno inculcato nelle nostre teste, ma essere obiettivi e puri di animo. Ho preso appunti per visitare luoghi abbandonati che hai descritto; sai benissimo quanto adoro l’urban exploration. E per ultimo, un grande abbraccio a tuo nonno, sarei rimasto giorni interi a sentire i suoi racconti, affascinato dalle sue parole e dai suo gesti. Onore a nonno Salvatore! Felice di averti ritrovata Dany. Ora devo recuperare il tempo perso.

    1. Caro Fausto non preoccuparti, WordPress ogni tanto fa i capricci, addirittura tempo fa mi è stato riferito dell’impossibilità di lasciar commenti 😀
      Hai accostato i fattacci accaduti in Afghanistan e chi ha usato la “falce” per abradere l’accetta, vero hai ragione. Non hai peccato di esagerazione nell’affermare che il pensiero che li accomuna nell’intento è, e sarà sempre, un vero flagello per la storia. Agli statunitensi ho sempre invidiato tantissimo i paesaggi del vecchio West e la colossale seduta di Lincoln a Washington (i particolari dei braccioli) e basta! 😛
      A chi lo dici… anche io ne subisco il fascino. Sai quante volte mi ritrovo su YouTube a guardare i filmati d’epoca dell’archivio Luce? E che tristezza poi tornare alla realtà. I pregiudizi sono sempre fondati sull’ignoranza, e la scuola e la società purtroppo non fanno nulla, anzi…
      Sei fortunato a vivere in una città che conserva tanta maestosità del Ventennio.Ti giro un sito che censisce opere (scritte, targhe, edifici ecc) ancora non toccate dalla furia della censura, è diviso per regioni, magari quando torni giù potresti andare a caccia di vestigia perdute nei paesini della Calabrifornia 😉
      https://www.ventenniooggi.it/lookbook
      Grazie di cuore per le belle parole! 🙂

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