
C’è una convinzione piuttosto diffusa tra i viaggiatori: l’idea che accumulando esperienza si impari progressivamente a muoversi nel mondo con eleganza.
Dopo il primo volo diventi più sicuro. Dopo il decimo più organizzato. Dopo il cinquantesimo quasi professionale.
Dopo il centesimo, in teoria, dovresti diventare un essere superiore capace di attraversare aeroporti e frontiere con la risolutezza di un agente segreto.
Naturalmente non funziona così.
Perché le figure di merda in viaggio rispondono a quel principio universale secondo cui, appena si esce di casa, la dignità diventa un bene altamente deperibile.
Perché spesso il viaggio possiede una caratteristica molto democratica: riesce a trasformare chiunque in un perfetto idiota.
Anzi, più ti senti esperto, più l’universo sembra impegnarsi per ricordarti che resti comunque un essere umano che inciampa, sbaglia, e talvolta finisce addosso agli sconosciuti.
L’atterraggio che merita l’applauso

Marsiglia.
Attraversamento in traghetto, direzione il Castello d’If, la fortezza in cui Dumas volle rinchiudere il suo sfortunato e vendicativo Conte di Montecristo.
Una traversata bellissima, breve e apparentemente innocua. Talmente breve che nessuno si preoccupa particolarmente del mare.
Errore.
A metà percorso il battello comincia a saltellare sulle onde con l’entusiasmo di una lavatrice durante la centrifuga.
Io, che fino a quel momento mi sentivo perfettamente stabile, decido di spostarmi sulla prua per fotografare il profilo dell’isola con i suoi bastioni. Ma la fisica per me aveva altri programmi.
Una raffica di vento, una serie di onde particolarmente incazzose e il mio baricentro abbandona ogni forma di collaborazione.
Per qualche secondo divento un proiettile umano. Ricordo distintamente la sensazione di non avere più alcun controllo sulla traiettoria.
Ricordo la mia mano sinistra che cerca disperatamente un appiglio, mentre la destra tenta di non regalare lo smartphone al Mediterraneo. Poi il terrore. E infine l’atterraggio.
Un atterraggio morbido, epico. Direttamente sul prosperoso décolleté di una giunonica turista tedesca, stile sellerona, per intenderci.
Non ci sbatto contro. Ci finisco proprio dentro.
Con la faccia praticamente tra le sue zizze. Come un qualunque Alvaro Vitali in una qualunque commedia sexy degli anni ’70.
Seguono alcuni secondi di silenzio imbarazzato. Io che tento di riposizionarmi in verticale. Lei che cerca di capire se sia stata vittima di una forma artistica di molestia.
L’equivoco più vecchio del mondo
Questo episodio appartiene a una categoria molto specifica di umiliazione. Quella che nasce dall’eccessiva fiducia. Purtroppo a me è capitato spesso.
Mi trovo in un luogo affollato, solitamente un aeroporto. Riconosco qualcuno.
Ne sono assolutamente certa. Sorrido, alzo la mano e saluto con entusiasmo. Faccio anche qualche passo nella sua direzione. Peccato che quella persona non sia affatto chi credessi.
È semplicemente uno sconosciuto che possiede una vaga somiglianza con un conoscente.
Lo capisco troppo tardi. Lui invece lo capisce subito…
Ne nasce quel meraviglioso momento in cui entrambi sappiamo che qualcosa è andato storto, ma nessuno dispone degli strumenti sociali per uscirne con eleganza.
Perché la cosa peggiore non è l’errore, ma il tentativo di recupero. Quando realizzi cos’è successo non puoi interrompere improvvisamente il sorriso.
Così annuisci. Continui a camminare con passo alla Fred Astaire, una specie di coreografia improvvisata per simulare che stessi andando da tutt’altra parte.
E fingi che tutto sia normale.
Mentre dentro di te una voce urla: cheffiguradimmerda…
Testimoni che non rilasciano dichiarazioni
La gravità, ancora lei.
Parliamo della scivolata perfetta. Ogni viaggiatore ne ha almeno una nel suo portfolio. Può essere una scala, un marciapiede, una soglia. O una superficie perfettamente piana.
Perché il vero professionista della scivolata non ha bisogno di ostacoli.
Polonia.
Inverno. La settimana più fredda del secolo, che culo.
La pensione in cui alloggio è economica, ma dignitosa. Per raggiungere le stanze occorre attraversare un grazioso cortile interno.
Una manovra apparentemente semplice, no?
Non potevo sapere del ghiaccio. Quello strato sottile, trasparente e bastardo che trasforma qualsiasi superficie in una pista olimpica progettata da un serial killer.
Feci appena due passi.
Ricordo ancora l’istante preciso in cui capii che non avrei più potuto impedire la caduta.
La mente aveva già accettato il proprio destino. Il corpo stava semplicemente compilando la documentazione necessaria.
Mi produssi in una sforbiciata stile rovesciata delle figurine Panini. Il mio osso sacro atterrò con una grazia compatibile con quella di un frigorifero lanciato dal terzo piano.
Nel silenzio assoluto di un glaciale mattino polacco, alzai lo sguardo per chiedere aiuto… e anche per scoprire chi avesse assistito alla mia figuraccia.
Ed è lì che scoprii di avere un pubblico inquietante.
Immobili, silenziosi, intenti a fissarmi in maniera sinistra, vidi decine di nani da giardino disposti tra le piante del cortile.
Malefiche creature in gesso, mi fissavano con tale severità che mancavano soltanto le palette e il commento tecnico sull’esecuzione della sforbiciata.
Santa Orsa, protettrice dei gatti immaginari

In treno.
Esistono figuracce che durano pochi secondi.
E poi esistono quelle che durano quanto la tratta Bolzano – Salerno. Questa appartiene alla seconda categoria.
Stavo tornando da una vacanza sulle Dolomiti in treno. Alla stazione di Verona, sale una nutrita delegazione della Croce Rossa.
Decine e decine di persone, borsoni, attrezzature, divise e un livello di caos compatibile con una gita delle medie.
Tra il materiale che si passavano di mano in mano notai un trasportino per animali. Sentii distintamente qualcuno raccomandarsi di fare attenzione ai “gattini”.
Il trasportino finì sulla cappelliera davanti al mio posto. Da quel momento smisi praticamente di occuparmi della mia vita.
Per ore mi preoccupai dei gatti. Mi chiesi se stessero bene.
Se avessero caldo. Se avessero fame. Se il viaggio fosse troppo lungo. Se qualcuno si ricordasse di loro.
Arrivati a una fermata intermedia, un turista tentò di sistemare il suo enorme trolley proprio accanto al trasportino. La manovra fu lunga, goffa, violenta. Il trolley urtò ripetutamente la gabbietta. Io osservavo la scena con un livello di coinvolgimento emotivo che normalmente si riserva ai familiari stretti in pericolo.
Finché accadde.
All’ennesimo colpo mi alzai di scatto raggiungendo il turista. E nella carrozza riecheggiò il mio grido disperato:
“OHHH! I GATTINI!”
Seguì un silenzio molto particolare. Di quelli che arrivano appena prima che l’universo ti presenti il conto.
Uno degli operatori della Croce Rossa mi si avvicinò trattenendo a fatica una risata.
Poi mi spiegò che nel trasportino non c’erano animali. Conteneva apparecchiature radio. Loro le chiamavano affettuosamente “i gattini”.
Avevo attraversato mezza Italia in ansia per delle ricetrasmittenti.
Il resto del viaggio fui bersaglio di miagolii divertiti provenienti da tutta la carrozza.
La storia in versione più dettagliata è ospitata sul blog dell’amica Simona Viaggia come il Vento.
Figure di merda in viaggio: raccontarle come esercizio di umiltà
A prestare il fianco alle figure di merda in viaggio molto spesso è anche la lingua. Come non citare le leggendarie figuracce degli italiani all’estero, soprattutto con la democratizzazione dei cieli dopo l’avvento delle low cost. Le mie le ho narrate in un articolo dedicato “In vacanza con l’inglese”.
Parlarne ci rende umani. Ecco perché diffido dei viaggiatori che si raccontano sempre impeccabili.
Quelli che non sbagliano mai gate. Non inciampano mai, non finiscono mai accidentalmente contro le zizze di una turista teutonica.
Probabilmente mentono. Oppure viaggiano troppo poco.
Perché il mondo è pieno di modi creativi per farci fare figure di merda.
Ma poi non è forse più divertente così? Perché a distanza di anni non ricordiamo soltanto le città visitate, i monumenti, i paesaggi. Ricordiamo soprattutto quelle assurde, irripetibili e imbarazzanti situazioni che ci hanno fatto desiderare di scomparire sul momento, salvo poi riderci come idioti qualche tempo dopo.
Ora tocca a voi, smettetela di ridere e raccontatemi la vostra figuraccia più truce!
Non so quale sia la peggiore, forse proprio quella dei gattini!
Io ho viaggiato talmente poco da non averne fatte. Almeno credo. Insomma, non ne ricordo nessuna.
Una piccola in Norvegia, quando afferrai il filo elettrificato di una recinzione convinto che la scossa sarebbe stata pressoché nulla, per poi vedere la mia mano schizzare in alto e la pinza che avevo volare via qualche metro più lontano.
Hahahahh chissà se si ricordano ancora di me quelli della CR 😛
Ma come poco? Allora permettimi di dire che hai viaggiato poco, ma bene (alludo alle affascinanti destinazioni nordiche)!
La scossa: è in quell’occasione che hai sviluppato qualche superpotere? 😀
Grazie per la lettura.
Quante risate mi hai fatto fare! Però devo confessarti una cosa: non ti immaginavo così… così pericolosamente scoordinata. Nella mia testa eri una specie di Lara Croft versione aperitivo al tramonto: agile, elegante e pronta a saltare ostacoli con i capelli al vento. E invece eccomi qui a rivalutare tutto.
Anch’io, comunque, di figure memorabili ne ho collezionate parecchie e alcune meriterebbero pure una medaglia al valore. Una in particolare in Marocco, durante il viaggio che sto raccontando, resta nella top ten delle cadute artistiche. Passeggiavo tranquillo per le strade di Marrakech, tutto immerso nell’atmosfera del posto, quando metto piede su un marciapiede bagnato. Il cervello ha fatto appena in tempo a dire “attenzione…” che il resto del corpo era già partito in modalità slittino olimpico.
Risultato: culata epica, degna di un film comico anni ’80. Mi sono rialzato con la dignità di un pinguino ubriaco e ho iniziato a lanciare improperi in italiano incazzuso contro il povero marocchino che aveva appena lavato davanti alla bottega. Credo che non abbia capito le parole… ma il tono sì, eccome.
Devo però ammettere, con sincera invidia e un pizzico di delusione personale, che a me non è mai capitato di finire tra le zizze di una sellerona. Ecco, quella sarebbe stata una caduta con un lieto fine decisamente più poetico.
Baci Orsa
Come no, Lara Soft semmai hahahahah.
Devi sapere che io sono interdetta in certi negozi tipo cristallerie, articoli da regalo, bomboniere… c’è proprio il mio wanted con la taglia 😛
Che poesia la tua performance, me la immagino come una scivolata da cinepanettone 😀 E credo che il marocco l’abbia capito eccome il tuo italiano incazzuso.
Sellerona: se fossi uomo m’invidierei anch’io, è stato un atterraggio morbidissimo, secondo me andrebbe installata di serie su ogni auto moderna 😀
Da medaglia al valore? Allora devi raccontarcele prima o poi in un bel post dedicato.
Grazie e baci anche a te 🙂
Le cadute sul ghiaccio, che cosa terribile! L’unico aspetto positivo è che nel mio caso l’ultima risale ad anni fa: se dovesse capitarmi ora, probabilmente mi romperei anca e femore!
Il viaggio in treno con i “gattini” mi ha di nuovo fatto morire dal ridere Se ti può consolare, sappi che io mi sarei comportata nello stesso modo…
Per la mia figuraccia peggiore devo tornare indietro di un po’ di anni in occasione di un viaggio a Seattle. Entro in un locale takeaway fighetto pieno di mamme con bambini e chiedo al tizio dietro al bancone un CRAP sandwich anziché un crab sandwich. Proprio una figura di cacca, in tutti i sensi!
Hahahahah hai ragione, dopo una certa età prima di rialzarsi da una caduta occorre fare un rapido inventario dei femori.
Un coinvolgimento emotivo per dei gattini in pericolo (anche se inesistenti) fa di noi degli essere superiori, Silvia 🙂
L’episodio di Seattle mi sembra di avertelo sentito raccontare ora che ci penso, che risate, avrei voluto vedere la faccia dell’addetto! Probabilmente oggi un crap sandwich sarebbe una richiesta perfettamente sensata considerando la qualità delle materie prime che spacciano nella maggior parte dei locali Ecco perché mi appunto sempre i tuoi consigli mangerecci di viaggio 😉
Che dire, queste sono le figuracce che mi piacciono: nessun danno permanente, solo un ricordo che continua a far ridere anni dopo 😉
Grazie! :*