Un giorno (tanto tempo fa) nel palazzo del Senatore

Il palazzo del Senatore

Negli anni ’30 agli occhi di un politico che da Roma tornava nel Mezzogiorno dalla propria famiglia, e ai propri affari d’imprenditore agricolo, il lungo viaggio doveva sembrare una sorta di Grand Tour.
D’altra parte non erano poi trascorsi così tanti anni dalla moda di letterati e intellettuali di fine Ottocento che intraprendevano il sacro viaggio di formazione tra le bellezze italiche.
Il finestrino di una carrozza come quello di una lussuosa Lancia Aprilia: cornici diverse, ma il quadro era lo stesso. Un alternarsi di bufalare, sprazzi di mare, piantagioni brulicanti di braccianti stagionali, immensi opifici per la lavorazione del tabacco.
E poi le antiche rovine della Magna Grecia.

La Piana scorreva lenta nel riflesso dei piccoli occhiali tondi chinati sui documenti. Il Senatore aveva ancora nelle orecchie il plauso della Camera al suo accorato discorso indirizzato a Giuseppe Tassinari, l’allora titolare del Dicastero dell’agricoltura e delle foreste.

[…] Camerata Tassinari, il bilancio dell’Agricoltura che siamo chiamati ad approvare è uno sforzo che onora la nuova Italia.
Voi ben sapete che in questo delicato periodo internazionale, all’Italia non occorre soltanto armarsi, c’è bisogno soprattutto di accrescere la produzione agricola.
Non posso che compiacermi con il Governo per lo stanziamento di un miliardo in opere di bonifica, laddove nel Meridione, terra ricca di sole e povera di fiumi, l’irrigazione può e deve trasformarsi in reddito.
Il Mezzogiorno è grato al Governo, e saprà rendersi ancora più degno della fiducia del Duce e di Voi, Camerata Tassinari! {Applausi).

Dopo una mattinata di abbracci politici e vigorose strette di mano, il Senatore giunse con largo anticipo all’ingresso del lungo viale alberato che conduceva alla sua magione. Gli stallieri erano ancora affaccendati a governare i pregiati cavalli di razza, quando l’auto accostò davanti al portone del bel palazzo signorile di campagna.
Dai depositi un via vai di operai intenti a stoccare agrumi e ortaglie. Poco più in là altre squadre a insilare il foraggio per l’inverno.

Borsalino bianco, cappotto di panno scuro e borsa di pelle, il Senatore uscì con qualche difficoltà dalla Lancia Flaminia. La pinguedine, dovuta alle gioie della tavola, lo rendeva simpaticamente goffo, nonostante non avesse neanche quarant’anni.
Ci avrebbero pensato i domestici a fargli trovare i bagagli direttamente nella camera padronale. Varcato il portone, il Senatore si soffermò nell’ampio atrio lastricato, dove lo raggiunsero le voci degli abitanti provenire dalle cucine e dal salone. Sorrise di tenerezza al suono della voce della Marchesa, sua consorte nonché abile e scaltra compagna in affari.

Come da consuetudine s’intrattenne sulla prima rampa, davanti alla riproduzione su maiolica della Madonna con bambino del Botticelli.
Un rapido segno della croce, un po’ perché fervente cristiano, un po’ perché il Cardinale, suo fratello minore, non gli avrebbe mai perdonato una tale mancanza.

È stato allora che avvertì quella curiosa sensazione, come se avesse percepito una presenza alle sue spalle. Si voltò incuriosito al suono di un “click”, ma sul pianerottolo insieme a lui non c’era anima viva.
«Senatore, siete già di ritorno! Faccio preparare la cena e avverto la Marchesa!», urlò una giovane domestica affacciatasi improvvisamente dalla tromba delle scale.

Il palazzo del Senatore brulicava di vita ogni santo giorno, ma era una gran festa quando il “padrone” si ritirava da Roma e dalla sua vita politica.
Quella sera furono servite bracioline di vitello, ricotta fresca di bufala, pomidori e crostata farcita con composta di uva moscatella.
Tutto il menu era preparato con i prodotti provenienti dagli oltre 10mila ettari di proprietà della famiglia del Senatore. Anche il vino era vendemmiato nell’antico palmento della zona, dove ogni anno si celebrava una grandiosa Festa dell’Uva.

Le dinastie agrarie, come quelle del Senatore, furono le indiscusse protagoniste dell’ammodernamento del Mezzogiorno. Dalla costruzione della diga all’opera di bonifica passando per un continuo lavoro in Parlamento: tutto era finalizzato allo sviluppo dell’economia agraria del Sud.
Mussolini, con la legge del 24 dicembre 1928, avviò un ambizioso piano finanziario di bonifica e colonizzazione, ma fu merito del Senatore il concreto recupero di ampie aree paludose e malariche.
Fu il Senatore in persona a restituire la Piana all’uomo e alla coltura.

Egli non era il solito “padrone” meridionale. Era un leader, un abile imprenditore, audace e sicuro della sua idea ruralista di coinvolgere attivamente il ceto agrario nella vita politica. Insieme ai colleghi imprenditori agricoli, riuscì ad affratellare sfruttatori e sfruttati in un unico partito agrario, facendo letteralmente la storia del latifondismo meridionale.
Insomma una brava persona, avvezza al confronto, e con a cuore i problemi della propria terra.

Non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato epurato dal Senato del Regno, e deferito dall’Alta Corte per le Sanzioni contro il Fascismo per essere uno dei Senatori ritenuti responsabili di aver mandato l’Italia in guerra. Accuse spietate che portarono un personaggio come lui a morire defilato e lontano dalla politica attiva.

Antica scrivania abbandonata

Dopo cena il Senatore era solito chiudersi nel suo studiolo e passare l’intera serata a preparare discorsi, proposte di legge, consultare bilanci e l’andamento delle sue fiorenti aziende.
21 Kg di salcicce, 51 Kg di salami e 29 di cotechini, il rendiconto degli acquisti stagionali prometteva futuri lauti pasti, con buona pace della sua pinguedine.

Graffiti nel palazzo abbandonato

Sbrigati gli affari, quella sera il Senatore si abbandonò alla sua passione: poltroncina, sigaro e la rivista L’ippica italiana.
L’allevamento del pregiato cavallo “governativo” finalizzato all’uso nella Cavalleria militare, era il fiore all’occhiello della sua tenuta. Nelle sue stalle nascevano cavalli di una forza e di una bellezza superba, indiscussi campioni e vincitori di gare e importanti mostre zootecniche.

Fu mentre sfogliava il numero di maggio del 1938 che l’avvertì di nuovo. Quello strano rumore accompagnato dalla sensazione di percepire una presenza nella stanza.
Dopo un attimo di smarrimento si convinse che era solo suggestione. Ormai il sole era tramontato, così abbandonò la sua rivista e raggiunse i domestici ancora indaffarati nella sala da pranzo, dove campeggiava il grande camino.

Palazzo abbandonato del senatore

Villa del senatore lampadario con i draghi

I draghi di ferro dell’insolito lampadario emanavano riflessi danzanti al ritmo della brace che si consumava lentamente.
Gli occhi del Senatore per un attimo vagarono tra il lampadario e il vecchio soffitto ligneo decorato con gli stemmi nobiliari della sua antica casata.
Lo stesso stemma in pietra ancora tenacemente aggrappato sulla facciata della sua residenza.

Non immaginerà il Senatore, che da lì a qualche anno le bombe degli alleati l’avrebbero danneggiata e ridotta a un rudere sventrato.
Ci penserà suo figlio a ricostruirla fedelmente, e a portare avanti la passione per la nobile razza di cavalli.

Palazzo del senatore crollato Secoda Guerra mondiale

Ma eccolo di nuovo quell’indefinibile rumore, questa volta accompagnato da uno scricchiolio proveniente dal pavimento, proprio sotto il grande fratino di noce scuro.

«Giuseppe, penso io al camino, voi chiudete tutte le imposte!», urlò il Senatore al capo domestico ancora indaffarato a ordinare in cucina.
«Sì signore», rispose Giuseppe, non rimanendo indifferente al tono alterato del Senatore.
Il capo domestico si recò al piano terra per bloccare le pesanti grate di ferro massiccio.

Era ancora un’epoca di briganti, quella, favoriti com’erano da una natura inospitale e non ancora completamente domata dall’opera di bonifica.
Il padre del Senatore, noto politico dell’Ottocento post-unitario e imprenditore agricolo anche lui, un cinquantennio prima aveva mediato di persona le trattative per liberare un ricco industriale rapito da un’agguerrita banda di briganti.

Il pensiero del Senatore corse immediatamente a sua moglie e ai suoi figli, l’idea di un sequestro e, dei suoi cari nelle mani dei briganti, l’atterriva non poco.

Mentre Giuseppe era ai piani inferiori, il Senatore prese coraggio e decise di perlustrare il buio sottotetto. Alla luce di una lampada a petrolio si fece largo tra cataste di vecchi materassi e raggiunse gli ambienti angusti delle dispense.

Ma non trovò niente e nessuno, a parte gli scaffali colmi di bottiglie di vino e qualche colombo clandestino… tra loro di sicuro il capostipite dello stormo che in futuro colonizzerà completamente la sua magione.

Scheletro colombo palazzo abbandonato

– Click –
Eccolo.
Di nuovo.
Il Senatore sbiancò e, voltandosi di scatto, cadde rovinosamente travolgendo il ripiano con la riserva del suo prezioso liquore curativo per il fegato.

fare urbex in Campania

«Mamma mia bella, Senato’, cosa fate quassù? Alzatevi, siete ferito?», accorse Giuseppe sbucando dietro una foresta di salumi che pendevano dal soffitto. «Le imposte sono chiuse. Ho controllato l’atrio, allertato i custodi e liberato i mastini», fu il rassicurante rapporto del capo domestico.

E il palazzo del Senatore quella sera si blindò

Grate in ferro battuto palazzo abbandonato

Quasi sollevato, il Senatore raggiunse la Marchesa di sotto, nella camera da letto. Decise fermamente di non farne parola, e di archiviare quella brutta sensazione come stanchezza.

Ripose l’orologio da taschino sul comodino, si spogliò lentamente e dispose giacca e panciotto sugli appendiabiti di legno. Fu quando richiuse l’anta che la vide.
Riflessa nello specchio dell’antico armadio gli apparve la sagoma dell’intrusa: una donna!
Una donna col volto coperto, e una strana arma tra le mani.
«Una brigante! Lo sapevo!» balbettò terrorizzato il Senatore.

Urbex palazzo del senatore

Passato e presente

Il Senatore e la figura riflessa nello specchio si fissarono, increduli, come due creature dello stesso mondo, dello stesso luogo, ma di secoli diversi.
Due secoli diversi che per un attimo convergono al suono – e al tempo – di un click.

Il Senatore

Fatti, luoghi e personaggi sono realmente accaduti ed esistiti. L’incontro tra il Senatore e la “brigante” è pura invenzione (forse).

Il palazzo del Senatore è un luogo privato, fatiscente e inagibile, ne sconsiglio vivamente la visita.
Reportage fotografico realizzato nel pieno rispetto della proprietà e dello stato di fatto.
Ho lasciando solo impronte, ho preso solo immagini.

orsanelcarro

Daniela, ormai per tutti Orsa. Amo esplorare ruderi abbandonati e omaggiare monumenti e memoriali di Guerra. In perenne e completo disaccordo con la maggioranza.

Questo articolo ha 12 commenti.

  1. Mamma mia ma lo sai che mi hai lasciata con il fiato sospeso fino all’ultimo? E che finale a sorpresa! Davvero una cosa geniale con passato e presente che si incontrano.
    Che effetto mi fa vedere quei cassetti aperti e le ante dell’armadio che lasciano intravedere gli appendiabiti: come se gli abitanti della casa fossero usciti per sbrigare le faccende quotidiane e non fossero più tornati. Mi hai trasportata in un’altra epoca per qualche minuto e leggerei volentieri un libro: saresti una perfetta autrice di romanzi storici!

    1. orsanelcarro

      Povero Senatore, non solo mi sono intrufolata in casa sua rovistando tra le sue cose, l’ho pure spaventato hahahahah 😛
      Grazie per il bel complimento, Silvia! 🙂 Più che scrivere mi piace da morire la fase della ricerca, provo una gioia enorme rovistare tra vecchie foto d’epoca, libri e documenti degli archivi di Stato. Per me l’esplorazione fisica di una dimora abbandonata è solo la punta dell’iceberg, il bello arriva dopo scoprendo la storia delle famiglie che l’hanno abitata negli anni. Altrimenti è come guardare delle semplici macerie… proprio come quando alle elementari ci portavano in gita alle rovine archeologiche e ci lasciavano allo stato brado senza sapere cosa e dove guardare 😀
      Grazie ancora! 🙂

  2. Un romanzo illustrato! Sei riuscita con abilità a far rivivere ogni dettaglio che hai rinvenuto nell’abitazione. Il giornale, il liquore, lo scheletro di piccione… mi sembra di vedere le scene dell’epoca come riprodotte in un film in costume da gustarselo per un fantastico viaggio nel tempo. Uno stile efficace e coinvolgente che, come sempre, mi seduce. Il finale, poi, è degno di un best seller da leggere assolutamente

    1. orsanelcarro

      Fausto, grazie, sei troppo buono! Avevo questo pezzo in bozze da diverso tempo, ci ho riflettuto molto prima di pubblicarlo, perché il rischio era di fornire troppi particolari utili a qualche malintenzionato. Per fortuna ho saputo che nella tenuta hanno intensificato i controlli. Non tutti sono innocui appassionati di urbex e di storia, c’è anche chi va per violentare, distruggere e rubare. Io entro sempre in punta di piedi rispettando luoghi e memorie. Pensa che quando sono uscita dalla residenza ho trovato ad aspettarmi un tizio (insieme ai suoi cani) che a detta sua mi osservava da lontano col binocolo! Per fortuna ha capito immediatamente che non avevo intenzioni malevole! Grazie per i complimenti e per aver viaggiato insieme a me 😉

  3. Daniela, mi hai fatto prendere un accidenti 😀
    Ero lì che leggevo dell’intrusa riflessa nello specchio quando sono arrivata alla foto e per un attimo ho avuto un sobbalzo. Hai fatto un salto temporale e sei diventata il terrore del Senatore. Geniale come sempre 😀
    Mi accodo agli altri nel dirti che sei di un’abilità pazzesca con la penna e dovresti davvero scrivere un romanzo.
    Prendi un luogo, le storie di chi ci ha vissuto e gli dai vita anche quando è ormai un cumulo di macerie.
    Guardo questo palazzo e ciò che rimane al suo interno e mi domando come possa restare abbandonato a sé stesso.
    Ma tu come sempre restituisci dignità a cose e persone che sono ricordi lontani.
    Bentornata

    1. orsanelcarro

      Simona, non sai quanto mi sarebbe piaciuto conoscerlo e chiacchierarci! Tra l’altro col senno di poi ho scoperto che in questi anni mi sono introdotta in alcune delle sue aziende (che giacciono ovviamente abbandonate). Se gli abitanti di questo territorio sapessero quello che ha fatto per lo sviluppo dell’economia locale, credo che ci sarebbe più considerazione per l’eredità morale e architettonica che ci ha lasciato. E a proposito di eredità, la questione è sempre quella: la maggior parte delle volte che c’imbattiamo in dimore abbandonate che versano in queste condizioni, è sempre colpa degli eredi che non si accordano! Mi dispiace per l’accidenti hahahaha lo stesso che deve aver preso il Senatore! 😛
      Grazie per il bentornata e per le belle parole, ripeto, siete tutti troppo buoni! 🙂

  4. Daniele

    Altro che casa dei fantasmi! Un bella dimora, comunque, anche se il lavoro delle pulizie lascia a desiderare…
    Bello anche il portapane: finora li avevo visti solo di legno da appoggiare su un mobile, qui invece è murato sul piano cottura. O forse non è un portapane? Con quella bacinella dentro sembrerebbe un po’ grande.
    Anche questo palazzo è totalmente lasciato in stato di abbandono.

    1. orsanelcarro

      Credo che fosse una sorta di forno, se guardi bene c’è lo sportellino in basso per bruciare un piccolo quantitativo di fascine. L’apertura scorrevole in metallo serviva per mantenere il calore, quindi sì, secondo me è un primissimo modello di forno a legna. Questo succede quando ci sono troppi eredi che non intendono mettersi d’accordo. E quando purtroppo, come in questo caso, ci sono da spendere i soldoni… ecco che si preferisce che il tempo faccia il lavoro sporco! Pensa che il solaio della sala da pranzo stava lì lì per crollare, la parte centrale sotto l’enorme tavolo era tutta incurvata e avvallata, veramente impressionante! Pulizia: non ci entra nessuno da decenni, piccioni e uccelli notturni l’hanno colonizzata, come puoi vedere. Una cosa però mi è saltata subito all’occhio, il camino! Hai visto come appare decisamente meno insozzato rispetto al resto?
      Grazie per la lettura e per il tuo tempo.

  5. Cara brigante, mi hai mantenuta incollata alla schermo fino al click. Mitica, com sempre.
    Una dimora affascinante e poi quella maiolica della Madonna è impressionante.
    Un vero peccato lasciare in abbandono una preziosità del genere.
    Attendo il prossimo capitolo, del tuo”libro” (ho l’idea fissa io) hahahahha

    1. orsanelcarro

      La prossima volta devo disattivare l’effetto sonoro dello scatto sullo smartphone hahahha. Il dipinto su maiolica era impressionante sì, pensa che stavo salendo quella rampa, ero esattamente all’altezza di quel quadro quando di sopra ho sentito praticamente tutto lo stormo di piccioni scappare via. Il suono del battito delle ali dal basso sembrava pari pari a quello di qualcuno che correva O_O Infatti la prima cosa che ho esclamato è stata “uh Marònna mia”, poi mi sono girata verso il quadro e ho detto “con rispetto parlando” 😛
      Ma veramente, un enorme peccato perché ci sono pezzi che potrebbero benissimo essere esposti in musei e collezioni. Se li stanno godendo i piccioni -_-
      Grazie di cuore, Lilly, sempre super gentile! 🙂

      1. hahahahha mi fai morire!
        Forse meglio così, certe volte quando gli “umani” si appropriano dell’arte fanno più danni di quando stanno nascosti in natura (o dalla natura).

  6. orsanelcarro

    Hahahahah mo’ mi hai fatto morire tu! 😛 Un saluto dall’Italia! 🙂

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